Archivio SLAI Cobas Ansaldo Camozzi

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25 NOVEMBRE
SCIOPERO GENERALE CONTRO LA FINANZIARIA
2 DICEMBRE
SCIOPERO NAZIONALE DEI METALMECCANICI

CON CHI SCIOPERIAMO E PERCHE’

Nella nostra fabbrica metalmeccanica ci stiamo dando da fare da anni per cercare di coinvolgere dal basso i nostri compagni di lavoro sugli obiettivi e i diritti da rivendicare e da difendere.
I giovanili operai che sono stati assunti in questi ultimi anni nella nostra fabbrica sono pesantemente estranei da una qualsiasi esperienza sindacale militante.
Molti si muovono in modalità individuali e sottomesse.
E’ per loro indispensabile essere innanzitutto addestrati all’importanza di compattarci assieme e essere uniti di fronte ai padroni.
Quando vengono indetti scioperi quindi noi ci coinvolgiamo con loro e facciamo loro sperimentare anche i presidi davanti alla fabbrica per bloccare i crumiri.
E poi tentiamo di diffondere tra di loro quali obiettivi dovremmo rivendicare con quegli scioperi. Dicendo loro che se un domani si renderanno conto che vengono spazzati via, l’unica strada per essere capaci di conquistarceli sarà quella di riprenderci noi, nelle nostre mani, la nostra lotta.
La divisione di scioperi indetti separatamente da diverse sigle sindacali, che nel pubblico impiego è ormai di moda, nella nostra situazione di fabbrica innescherebbe non la scelta di qual è lo sciopero più giusto da fare ma il devastante alibi di potersi tirar fuori da qualsiasi sciopero. Alla faccia di quelli che lo fanno.
Gli operai poi si renderebbero conto che mentre gli scioperi a loro costano molto, lo sparpagliarsi negli scioperi, chi oggi e chi domani, crea molto meno danni ai padroni.
Su problemi generali solo scioperi generali e di massa, pesano sui padroni e sui governi.
Per questo, da anni, noi non ci tiriamo fuori da mobilitazioni che vedano ancora una qualche partecipazione in massa dei lavoratori.
Non esiste nessun valido motivo per non farli e il tirarci fuori sarebbe dannoso nelle relazioni militanti coi nostri compagni

Per questo partecipiamo allo sciopero generale del 25 novembre assieme ai lavoratori in lotta contro la finanziaria.
Diffondendo obiettivi differenti da quelli dei sindacati confederali.
Per questo partecipiamo allo sciopero del 2 dicembre dei metalmeccanici, andando anche a Roma.
Mentre nella Rsu della nostra fabbrica siamo riusciti a far passare la posizione unitaria contro lo scippo del Tfr.

Slai Cobas Ansaldo Camozzi


DISOCCUPAZIONE IN CALO IN ITALIA?

Mentre tutti i soggetti economici, sociali e politici dipingono una economia in difficoltà crescente, nei giorni scorsi l’Istat ha fornito un nuovo aggiornamen-to dei dati su occupati e disoccupati che presenta un quadro roseo del nostro paese. Nel secondo trimestre del 2005 si registrano 213.000 posti di lavoro in più rispetto all’anno prima e la disoccupazione ufficiale è scesa al 7,5%.
Va tutto così bene? Sono solo i sindacati e l’opposizione ad essere pessimisti?

Ecco alcune considerazioni indispensabili per capire cosa dicono davvero questi numeri.

  • Anzitutto anche l’Istat spiega l’aumento dell’occupazione con l’aumento della popolazione residente, a sua volta spinto in alto non dalla natalità, ma dal crescente numero di immigrati. Questo non significa che nell’ultimo anno sono di molto aumentati gli immigrati nel nostro paese; significa, invece, che sempre più immigrati escono finalmente dalla irrego-larità e sono registrati tra le forze attive del lavoro. Sappiamo che però, per molti di questi, la statistica non fa altro che registrare qualcosa che già esiste da tempo. Non è quindi un aumento netto di occupati, ma un aumen-to degli occupati conteggiati.

  • In secondo luogo quello che la statistica non dice è che i nuovi posti di la-voro vengono per lo più creati in servizi a basso valore aggiunto, con pre-stazione orarie settimanali ridotte. L’Istat registra l’occupazione, calco-lando allo stesso modo chi fa 40 ore alla settimana e chi ne fa 12. Nessuno sostiene che chi fa 12 ore alla settimana non sia occupato, ma ognuno può capire qual è il livello di reddito che ne deriva.

  • Anche i numeri sulla disoccupazione vanno visti in profondità. Il 7,5% di disoccupazione viene indicato come un tasso virtuoso che porta il nostro Paese ben lontano da altri Paesi europei. In realtà quel tasso registra il numero di persone che sono in reale cerca di un posto di lavoro. E’ palese che in Italia molte fasce di popolazione debole (donne, specie quelle senza specializzazione e in età avanzata) hanno abbandonato l’idea di trovare la-voro e non figurano quindi tra i disoccupati. In Germania, dove la recente campagna elettorale è stata giocata molto sull’elevato numero di disoccu-pati, essere al collocamento significa percepire una indennità di circa 1.000 euro a cui si aggiungono i sussidi per la casa. In Germania “conviene” es-sere disoccupato, in Italia ciò non produce alcuna tutela o alcuna protezio-ne. La causa che spiega le statistiche sta proprio in questa differenza. Così il nostro paese si trova tra gli ultimi in Europa per la tutela dei cittadini deboli nel mercato del lavoro.

(tratto da Roberto Benaglia - Fim Cisl Lombardia )

Slai Cobas Ansaldo Camozzi

19-10-2005


L'INAIL BUTTA NELLA DISCARICA
GLI INFORTUNI SUL LAVORO

[31/8/2005]


IRAQ, CADE UN ELICOTTERO ITALIANO
QUATTRO SOLDATI MORTI

Berlusconi: "Sono profondamente addolorato per la scomparsa dei nostri militari caduti questa notte in Iraq. Esprimo alle loro famiglie il cordoglio mio personale e del governo italiano".
Fini: "E' un momento di dolore e di cordoglio. Siamo vicini alle famiglie e alle forze armate".
Casini: "Ancora una volta l'Italia soffre e piange i suoi caduti":.
Prodi: Sentimenti di "vicinanza, solidarietà e partecipazione al dolore" sono stati espressi dal leader dell'Unione, Romano Prodi, all'Esercito e ai familiari dei quattro militari italiani morti in Iraq.
Fassino: esprime "il cordoglio dei Democratici di sinistra alle famiglie dei quattro elicotteristi che sono caduti in Iraq e alle Forze armate".
Alla Camera un minuto di silenzio … e via dicendo.

OGNI ANNO NEL MONDO
OLTRE 2,2 MILIONI DI MORTI SUL LAVORO

In media, nel mondo, circa 6 mila persone muoiono ogni giorno a seguito di infortuni sul lavoro o malattie professionali, per un totale di oltre 2,2 milioni di decessi l'anno. Di questi, 350 mila sono dovuti ad infortuni e oltre 1,7 milioni da malattie professionali.
E' quanto emerge dal rapporto dell'Ilo (Ufficio internazionale del lavoro).
Secondo lo studio, ogni anno i lavoratori sono vittime di circa 270 milioni di infortuni sul lavoro che causano un'assenza dal lavoro di oltre tre giorni e di circa 160 milioni di malattie non mortali.
Le sole sostanze pericolose uccidono ogni anno circa 438 mila lavoratori.
L'amianto da solo è responsabile della morte di 100 mila lavoratori l'anno e tale dato è in costante aumento.

Questi solo i loro familiari e amici se li piangono.
Nessuno dall’alto si addolora di loro.
Tutti se ne fregano.
Morire nell’ esercito è martirio e eroismo
Morire sul lavoro è componente dall’accumulo di capitale

Slai Cobas Ansaldo

31/5/2005


Per distruggere le pensioni pubbliche ci dicono che l’aspettativa di vita è enormemente cre-sciuta : per questo diventa difficoltoso pagare pensioni così lunghe.
Noi dicevamo che “la media” di questo prolungamento di vita potrebbe non essere veramen-te uguale per tutti : se su 10 persone, 5 vivono fino a 90 anni e 5 fino a 70 , la “media” dice che quelle 10 persone hanno una lunghezza di vita di 80 anni.

Ecco un’indagine fatta in Gran Bretagna

In Gran Bretagna il divario fra ricchi e poveri per quanto riguarda l'a-spettativa di vita cresce sempre di più e non è mai stato così marcato dall'epoca vittoriana, nell'Ottocento.
Secondo un rapporto pubblicato dal British Medical Journal, dal 1997 ad oggi il divario tra la durata di vita media di un uomo di Glasgow (un'area povera del Regno Unito) e quella di un uomo del Dorset (area tra le più ricche) è cresciuto da 10 a 11 anni. Nel caso delle donne, la differenza è aumentata da 7,8 anni a 8,4 anni.
"Si tratta del divario più grande mai registrato in tutto il ventesimo se-colo. L'aspettativa di vita in epoca vittoriana era molto più breve e c'era quindi meno spazio per grosse differenze. Ora l'aspettativa di vita in ge-nerale sta migliorando, ma le differenze tra ceti sociali crescono", ha di-chiarato uno degli autori, George Davey Smith.
Dalla ricerca emerge che la forbice ha iniziato a essere più ampia a par-tire dagli anni Ottanta e Novanta. L'aspettativa continua a crescere mol-to di più tra le persone più abbienti, il divario di ricchezza inoltre conti-nua a crescere e questo, sostengono i ricercatori, "non rappresenta un buon segnale per le disuguaglianze riguardanti la salute".
Le statistiche provenienti dal Terzo Mondo evidenziano, infatti, l'ovvio:
La povertà incide pesantemente sulla durata della vita.
Gli autori del rapporto concludono che, è necessario che il governo met-ta in atto "sostanziali politiche di ridistribuzione".

E in Italia?

Tutto tace.
Nessuno fa indagini serie.
L’unica cosa che si fa è distruggere la pensione dei meno abbienti a causa della maggior lunghezza di vita dei più abbienti?

Slai Cobas Ansaldo Camozzi

4/5/2005


Effetti netti sui salari degli incrementi salariali chiesti
nella ipotesi di piattaforma di  Fim, Fiom, Uilm
per il rinnovo del biennio economico 2005-2006


TAGLIO DELLE TASSE?
La riduzione dell’Irpef (che adesso si chiama Ire) viene spacciata come riduzione delle tasse.


Sono andato in pensione nel 2002.

In quell’anno ho avuto una pensione lorda annuale di 14.766 euro.
Che mi faceva avere in tasca (dopo le trattenute irpef e le addizionali comunali e regionali) 12.384 euro all’anno.

Nel 2003, la mia pensione (lorda) mi è stata aumentata del 2,4 %.
Nel 2.003 ho così avuto una pensione lorda annuale di 15.120 euro.
Che mi faceva avere in tasca (dopo le trattenute irpef e le addizionali comunali e regionali) 12.573 euro all’anno.
Siccome nel 2002 c’è stata un’inflazione del 2,5%, i 12.384 euro netti che prendevo nel 2.002 dovevano diventare 12.694 : per garantirmi lo stesso potere d’acquisto dell’anno precedente.
Nel 2.003 la mia pensione è diminuita di 121 euro di potere d’acquisto.

Nel 2.004, la mia pensione (lorda) mi è stata aumentata del 2,5 %.
Nel 2.004 ho così avuto una pensione lorda annuale di 15.498 euro.
Che mi faceva avere in tasca (dopo le trattenute irpef e le addizionali comunali e regionali) 12.805 euro all’anno.
Siccome nel 2.003 c’è stata un’inflazione del 2,7%, i 12.694 euro netti che avrei dovuto prendere nel 2.003 dovevano diventare 13.036 : per garantirmi lo stesso potere d’acquisto di quando sono andato in pensione.
Nel 2.004 la mia pensione è diminuita di 231 euro di potere d’acquisto

Nel 2.005, la mia pensione (lorda) mi è stata aumentata del 1,9 %.
Nel 2.005 avrò così una pensione lorda annuale di 15.792 euro.
Che mi farà avere in tasca (dopo le trattenute ire ( gulp) e le addizionali comunali e regionali) 13.015 euro all’anno.
Siccome nel 2.004 c’è stata un’inflazione del 2,2 %, i 13.036 euro netti che avrei dovuto prendere nel 2.004 dovevano diventare 13.323: per garantirmi lo stesso potere d’acquisto di quando sono andato in pensione.
Nel 2.005 la mia pensione diminuirà di 308 euro di potere d’acquisto.

Se considero poi che le percentuali Istat dell’inflazione sono ridicolmente ben più basse di quanto è aumentato il costo reale della mia vita,  più vado avanti la mia pensione diventerà sempre più povera di quella che è.
C’è chi diventa sempre più ricco e chi cade sempre più in basso.

QUESTO E’ IL PROGRESSO DELL’UMANO?

un operaio Slai Cobas di Ansaldo Camozzi

9/1/2005


30 novembre 2004 - sciopero generale

tra il dire e ... il fare:
alcune domande sugli obiettivi di lotta contenuti
nel documento Cgil, Cisl, Uil sulla Legge Finanziaria 2005


Un durissimo colpo alla riforma pensionistica
Il Fondo Pensioni Comit rischia il commissariamento

Il possibile commissariamento dipende dal fatto che il fondo pensioni Comit presenta un disequilibrio tra quanto oggi il fondo paga ai pensionati della Banca Commerciale Italiana e quanto in previsione gli stessi potranno ricevere come pensione.
Insomma, non ci saranno più soldi per nessuno . Il fondo è vicino al prosciugamento.
Per erogare le pensioni il fondo è stato costretto negli ultimi anni a vendere immobili. L'unico modo per tentare di fare cassa e assicurarsi liquidità.
E’ in procinto una vera e propria catastrofe finanziaria.
Nell'esercizio 2003 il disavanzo di bilancio ha raggiunto la cifra di 28,5 milioni di euro.
Banca Intesa e gli amministratori del fondo hanno deciso di scindere le proprie responsabilità passando il cerino alla Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione.

Le organizzazioni sindacali Falcri, Fiba-Cisl, Fisac-Cgil e Uilca-Uil avanzano come ipotesi di soluzione il trasferimento delle posizioni previdenziali degli iscritti al fondo Comit al fondo pensioni di Banca Intesa e una offerta di una tantum agli attuali pensionati in sostituzione della rendita vitalizia.
Per arrivare alla delibera di scioglimento del fondo pensioni Comit.

La vicenda per il momento è stata tenuta sotto silenzio, forse per evitare il panico che si potrebbe scatenare tra i lavoratori chiamati a scegliere tra il mantenimento del Tfr e il passaggio ai fondi pensione.
Ma, al di là del tentativo di tenere sotto chiave la notizia di un possibile commissariamento del Fondo Pensioni Comit, il dato è di per sé allarmante in quanto la crisi di questo fondo pensione mette in luce tutti i pericoli presenti nello scarico sui fondi pensione della pensione pubblica.

I lavoratori della ex Banca commerciale rischiano di assistere alla trasformazione in carta straccia della propria pensione.

[attingendo da un articolo comparso su]
Il Manifesto del 22.10.2004

QUESTA INQUIETANTE VICENDA
SARA’ UTILIZZATA DAI CONFEDERALI
PER INVITARE I LAVORATORI A DEVOLVERE IL LORO TFR
SUI FONDI PENSIONE CHIUSI
GESTITI DA LORO ASSIEME AI PADRONI

PER ANNI I LORO FONDI INCASSERANNO UNA MAREA DI SOLDI
ARRIVERA’ POI IL MOMENTO ( COME PER LA COMIT) DI DOVERLI DARE
CON L’INCUBO CHE SI TRASFORMINO ANCHE LORO IN CARTA STRACCIA.

Slai Cobas


Amianto:

vergognosa illegalità governativa

[6-10-04]


Riforma delle pensioni

IL MASSACRO DEL TFR

SUPERBONUS O SUPERMALUS?

[settembre 2004]


LAVORO FLESSIBILE E ... MOBILITA'

[giugno 2004]


CONTINUANO A PRENDERCI PER IL CULO
“Ridurre le tasse ai ricchi farà bene ai poveri”

Sul “Sole 24 ore” di domenica 16 maggio 2004, Renato Brunetta, autorevole economista (oltre che europarlamentare) di Forza Italia ha scritto un elaborato articolo sul progetto di abbassamento delle aliquote Irpef che il Governo sta per lanciare. Brunetta dice:

A queste tre idee del professor Brunetta (che spalleggia il progetto governativo) rispondiamo così:

  1. gli sgravi Irpef introdotti per i redditi più bassi ammontano a 5,5 miliardi di euro e hanno prodotto risparmi oscillanti fra i 200 e i 300 euro annui : cioè fra i 16 e i 25 euro al mese. Quei risparmi, tuttavia (questo Brunetta non lo dice) sono stati ampiamente erosi dall’incremento delle tasse locali, aumentate nel 2003 di oltre 3 miliardi, e definitivamente azzerati dalla mancata restituzione del fiscal drag. I prossimi sgravi fiscali concentrati sui redditi più elevati, dovrebbero ammontare invece a circa 12 miliardi, cioè più del doppio di quelli riservati ai redditi più bassi. Essi produrranno agli euromilionari ( = miliardari) risparmi di parecchie migliaia di euro.

  2. se non sono capaci di costringere chi ha redditi mastodontici a pagare le tasse e sperano di convincerli a farlo riducendogliele enormemente, allora neanche a noi ce le trattengano in busta paga : faremo come loro.

  3. quando poi Brunetta scrive che “L’aumento dei redditi ricchi comporterà un aumento dei loro consumi nel lusso e quindi avrà un effetto redistributivo di mercato, e un forte connotato sociale” sembra voler dire che se, ad esempio, un calciatore di successo si comprerà una terza Ferrari, o un top manager spenderà alcuni miliardi per un nuovo panfilo, i disoccupati o le famiglie operaie che fanno fatica ad arrivare a fine mese dovranno esserne lieti perché ne ricaveranno sicuro giovamento.
    E’ da scemi credere che l’aumento di redditi già elevati si tradurrà in consumi “stimolanti” l'economia. I soldi in più che avranno verranno buttatti nelle speculazioni in borsa o sull’acquisto di immobili (aumentandone il prezzo per tutti). Solo le riduzioni fiscali dei redditi bassi si tradurrebbe in consumi di cui hanno bisogno.

(a cura dello Slai Cobas Ansaldo Camozzi)

giugno 2004


Cos’è la previdenza integrativa?
ci si guadagna? ci si rimette?

Ci sono giunte diverse lettere che chiedono chiarimenti sulla previdenza integrativa.
Tutte domande legittime a cui non è semplice rispondere in modo esauriente.
Intanto la previdenza integrativa è sponsorizzata dai sindacati confederali che nell’ambito dei contratti di lavoro hanno costituito i fondi insieme ai datori di lavoro.
Ad oggi la legge non obbliga ad aderire ad un fondo e nemmeno è obbligatorio il versamento del Tfr. Anche la nuova legge sulle pensioni approvata al Senato (e che deve passare alla Camera), che ridisegna la normativa della previdenza integrativa, non prevede che il Tfr maturato e anche quello che maturerà venga trasferito obbligatoriamente ad un fondo.
Certo le incentivazioni fiscali, le quote di salario contrattuale destinato ai fondi di categoria, lo strumento del silenzio-assenso da utilizzare in tempi ben definiti spingono, quasi obbligano ad aderire ai fondi.
Soprattutto la minor copertura rispetto al salario della previdenza pubblica che passerebbe mediamente, negli anni a venire, dall'attuale 64% al 35-40%, costringe i lavoratori a cercare, per quando si diventerà anziani, una protezione.

Quanto si guadagna o quanto ci si rimette?
Intanto, pur in presenza di garanzie, la pensione integrativa è legata ai mercati finanziari e quindi soggetta alla speculazione, alle incertezze. Da quei paesi dove i fondi sono diffusi giungono spesso notizie di fallimento dei fondi con conseguenze drammatiche per gli assicurati.

La tabella che segue indica che in quattro anni il rendimento dei fondi è stato bassissimo

Il mondo del precariato che è sempre più esteso, ne è di fatto escluso.

L'esigenza di un sistema pensionistico pubblico universale e solidale che garantisca ai lavoratori ed alle lavoratrici una dignitosa anzianità torna prepotentemente in campo.

(scritto da Sante Moretti)

a cura di Slai Cobas Ansaldo Camozzi

10/6/2004


L’ITALIA IN PROGRESSO

In Italia nel 2003 i miliardari sono aumentati del 13% rispetto a un anno fa.
Sono diventati 188 mila.
Il loro patrimonio complessivo, senza considerare i beni immobili, ha superato 344 miliardi di euro in confronto ai 304 miliardi del 2002.
Lo dice uno studio di Merrill Lynch (una banca d'affari) e Cap Gemini (società di servizi informatici).
La filiale italiana di Merrill Lynch sottolinea che l'aumento dei ricchi “va letta più come conseguenza dello scudo fiscale che con la creazione di nuova ricchezza”.
In Europa la crescita dei miliardari è stata assai più contenuta : +2,4%.
Negli Stati uniti, sempre secondo il rapporto di Merrill Lynch, alla fine del 2003 erano miliardari 2,3 milioni di persone, +14% in più dell’ anno prima.

Il più fedele seguace europeo degli Stati Uniti
nell’aumentare i soldi ai miliardari
e’ quindi il Governo italiano

SIAMO TUTTI AMERICANI

NOI MILIARDARI !

Slai Cobas Ansaldo Camozzi

giugno 2004


Il 25 aprile 1998 era girato a Melfi questo volantino
ORA E SEMPRE RESISTENZA
ALLA FIAT DI MELFI

Nel 1997, sul "prato verde" voluto dalla Fiat nella sua azienda di Melfi i lavoratori venivano chiamati a ricordare il 25 aprile con un vergognoso accordo sindacale che li mandava a lavorare anche il 25 aprile.
Oggi, 25 aprile 1998, alcuni lavoratori della Fiat SpA di Melfi hanno deciso di scegliere questa data per ufficializza-re la costituzione di una struttura sindacale dello Slai Cobas all'interno della ditta.
Un gesto coraggioso e rischioso che si colloca in reale e non parolaia continuità con la resistenza antifascista e ne attualizza oggi i valori e le aspirazioni.
La pesantezza delle condizioni di lavoro imposte ai lavoratori dal "gioiello" Fiat di Melfi non trova risposta adegua-ta nei sindacati confederali : coinvolti in accordi cogestionali con l'Azienda non sono in grado di organizzare una dignitosa resistenza operaia.
La scelta di costituire una struttura dello Slai Cobas, organizzazione sindacale che coordina le esperienze di au-torganizzazione dei lavoratori di tante fabbriche sparse sul territorio nazionale ed fortemente presente in quasi tut-te le realtà Fiat, vuole essere il segnale della necessità ormai non più rinviabile di ricostruire assieme a tutti i lavo-ratori un'alternativa sindacale, fondata sui lavoratori ed espressione reale della loro voglia di difendere i loro diritti.

I coordinatori dello Slai Cobas della Fiat di Melfi

Oggi 25 aprile 2004
LOTTA OPERAIA A MELFI

Davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat di Melfi migliaia di giovani operai sono in sciopero per la dignità e per i loro diritti.
Nello stabilimento Sata-Fiat di Melfi si lavora con ritmi disumani. Trattando gli operai come cavie, è stato lanciato il TMC2 che aumenta del 20 per cento i ritmi della catena di montaggio. Si lavora su tre turni, su sei giorni alla settimana e dopo un'intera settimana di turno di notte, ce n'è subito un'altra ( "doppia battuta"). Un'altissima percentuale di lavoratori ha gravi problemi di salute dovuti a questi i turni e a questi ritmi. I lavoratori ricevono in media 1500 euro all'anno in meno dei loro colleghi degli altri stabilimenti Fiat, i quali peraltro hanno già le paghe più basse tra tutti i lavoratori dell'auto in Eu-ropa.
Nei dieci anni dall'apertura della fabbrica con queste normative concordate coi sindacati prima che fossero assunti, i lavoratori sono stati costretti a stringere i denti : hanno dovuto digerire oltre 7.500 contestazioni disciplinari, sospensioni, licenziamenti.

Oggi gli operai hanno alzato la testa. “Adesso basta”.

C’è chi dice che gli operai non esistono più. Questa è la lotta di classe, quella che c'è stata all’Alfa di Arese, all’Alfa Sud di Pomigliano, a Termini Imerese, a Terni. Quella che c'è oggi a Melfi. Quella che deve crescere dappertutto per opporsi alle regole del mercato capitalista che fonda le proprie sfide sul massacro dei lavoratori : spazzan-doli via, come ad Arese, o supersfruttandoli all’infinito.

Slai Cobas Ansaldo


ECCO LE RICCHE PENSIONI DEL 2003
dati elaborati dal Censis

Reddito pensione

pensionati

%

Fino a 250

1.846.513

 13,1

da 250 a 500

5.434.627

 38,6

da 500 a 1.000

4.741.736

 33,7

da 1.000 a 1.500

1.425.787

 10,1

da 1.500 a 2.000

403.394

  2,9

da 2.000 a 2.500

139.270

  1,0

oltre 2.500

85.974

  0,6

Totale

14.087.301

100,0

A CHI RIDURRE LE TASSE ?

Un calciatore di una grande squadra porta a casa, nell'arco di un campionato, quello che un lavoratore medio guadagna in 266 anni (avete letto bene: due secoli, più 66 anni).
Difficilmente potrà però mangiare o consumare 266 volte di più.
Il maggior reddito che avrebbe grazie alle riduzione delle tasse non potrà mai tradursi in consumi “stimolanti” l'economia.
E' assai più probabile che i soldi in più che avrà verranno buttati nelle speculazioni in borsa o sull’acquisto di immobili (aumentandone il prezzo per tutti).
Le riduzioni fiscali che potrebbero stimolare l'economia italiana sono quelle che consentirebbero ai poveri di mangiare di più, non quelle che consentono ai ricchi di soggiornare all'hotel Taj Mahal o comprarsi diamanti di Cartier.

a cura Slai Cobas Ansaldo-Camozzi

aprile 2004


OGGI A LORO
DOMANI A NOI?

L'Alaska non è un "paese" turistico, è scarsamente abitato anche per il clima difficile. Nel 1958 è diventato il 49° stato Usa.
E' un territorio vasto, 5 volte l'Italia, ma abitato appena da 600.000 esseri umani.
La capitale Juneau, conta meno di 20 mila abitanti.
Vi sono altri due centri importanti uno portuale ed uno minerario con circa 30.000 abitanti.
Anche in Alaska si diventa anziani e gli iscritti ai fondi pensione ricevono l'assegno mensile.
Alcune migliaia di pensionati in questi giorni stanno tremando, non dal freddo, ma dalla paura di perdere l'assegno pensionistico.
Gli altri lavoratori iscritti al fondo pensioni guardano terrorizzati al loro futuro.

Il loro fondo pensione ha investito un milione di dollari nella Parmalat.

Adesso è in crisi.

Slai Cobas Ansaldo-Camozzi

aprile 2004


20 marzo 2004

un anno di guerra in Iraq

manifestazioni di protesta in tutto il mondo


METALMECCANICI: SCIOPERI FIOM

Da tempo noi diffondiamo tra i lavoratori le nostre valutazioni critiche sui contenuti dei contratti nazionali che i sindacati confederali metalmeccanici (Fiom, Fim, Uilm) da anni vanno sottoscrivendo.

La maggioranza dei lavoratori della nostra fabbrica (come in tantissime altre fabbriche) negli ultimi 3 referendum contrattuali ha sempre votato NO esprimendo il loro dissenso. Inutilmente.

In occasione del rinnovo del biennio economico  del 2001 e del rinnovo del contratto nazionale di quest’anno, la Fiom si è opposta questa volta ai contenuti, sempre più svenduti, portati avanti da Fim e Uilm. Finmeccanica ne ha approfittato per tagliarla fuori e procedere solo con Fim e Uilm. Che si sono ben guardate dal sottoporre al consenso di tutti i lavoratori il contratto nazionale che a tutti viene applicato

La Fiom è quindi sottoposta alla pesante sfida di riuscire a coinvolgere i lavoratori nella lotta contro questo inaccettabile abuso di potere che rischia di sottometterli definitivamente alle logiche padronali. Una sfida dalla quale, anche avendo una valutazione ben più radicale sugli obiettivi su cui dovremmo costruire un fronte di opposizione operaia, non ci si può sottrarne. A chi propone in ogni caso un passo in avanti sulla difesa del salario, sulla tutela dalle sempre più devastanti regole del mercato del lavoro, sul diritto di tutti i lavoratori di giudicare se accettare o no le ipotesi contrattuali avanzate da qualsiasi sigla sindacale, non possiamo dire di no.

All’interno dell’apparato sindacale confederale ( anche nella Cgil e nella stessa Fiom ) l’attuale gruppo dirigente della Fiom è oggi sempre più visto come troppo anomalo rispetto a una concertante e non conflittuale politica sindacale : e sarà sottoposto a pesanti ricatti. Anche le denunce che sta subendo sugli scioperi indetti in alcune fabbriche perché bloccano pesantemente la produzione sono l’anteprima di quello che vorranno fare con chiunque altro.

Molti dei giovani che vengono nella nostra fabbrica a fare gli operai non hanno nessuna consapevolezza sui contenuti del nostro passato percorso sindacale in contrasto con quelli, verificatisi così dannosi, dei confederali. Inserirsi in questo fronte conflittuale è necessario per ripartire dalla ricostruzione di una basilare esperienza di essere uniti nella lotta. Premessa indispensabile per contare su una capacità di non arretrare quando, come sempre, il quadro politico-sindacale imporrà di nuovo di essere uniti nella sottomissione padronale.

Per tutti questi motivi noi partecipiamo agli scioperi indetti dalla Fiom coinvolgendo dal basso tutti i lavoratori.

Anche se non possiamo non nutrire preoccupazione su cosa si scaricherà sui lavoratori (tutti) se questo fronte messo in campo dall’organizzazione sindacale metalmeccanica più consistente non otterrà i risultati che si prefigge. Sapendola oltretutto collusa in Cometa con coloro da cui si distingue (Fim, Uilm) e con coloro contro cui vuol lottare (i padroni).

Slai Cobas Ansaldo Camozzi

4/11/2003


con chi scioperiamo il 24 ottobre

[per che cosa scioperiamo]


IL GOVERNO VUOL FAR SOLDI

ANCHE SUI LAVORATORI ESPOSTI ALL’AMIANTO.

RASCHIANDO IL FONDO DEL BARILE.

 

L’art.47 del decreto legge approvato lunedì 29 settembre dal Consiglio dei Ministri è intitolato “Benefici previdenziali ai lavoratori esposti all’amianto”.

Ma questo articolo invece li massacra e li fa sparire.

E’ un vergognoso e inaccettabile insulto !

 

Tre sono i colpi di mannaia con cui il Governo mira a disfarsene :   

 

1

i 6 mesi ( coefficiente 1,5 ) di benefici previdenziali finora riconosciuti ogni anno a chi è stato esposto all’amianto più di 10 anni vengono ridotti a 3 (coefficiente 1,25).

2

per riconoscere l’avvenuta esposizione all’amianto bisogna poter dimostrare che nell’ambiente in cui si lavorava c’era “ una concentrazione media annua non inferiore a 100 fibre/litro come valore medio su otto ore al giorno ”. Chi sarà mai in grado di farlo ?

3

a chi miracolosamente dovesse riuscirci, i pochi mesi che gli verranno riconosciuti non gli serviranno più per andare in pensione un po’ prima ma semplicemente per ottenere una “rivalutazione dell’importo delle prestazioni prensionistiche”. 

 

Coloro che sono già in pensione, grazie ai benefici pensionistici ottenuti, saranno ormai gli unici che potranno dire di averli avuti : chi ha avuto, ha avuto ….. “scordammuce u’ passato” !

( Compresi coloro che si sono fatti riassumere dalle aziende offrendo schifosamente il fianco al Governo che oggi li utilizza per dichiarare non necessario l’anticipo della pensione ).     

I più di 60 mila lavoratori già riconosciuti dall’Inail come esposti al rischio amianto, non possono più presentare all’Inps le domande di prepensionamento. Il loro diritto, già riconosciuto, viene annullato. Se vogliono devono ripresentare la domanda aggregandosi a tutti coloro che ce l’hanno ancora in corso e hanno ancora avuto il riconoscimento. E sottoponendosi alla nuova normativa che oltre che rendere praticamente impossibile ottenere il riconoscimento, toglie ogni diritto di anticipare la pensione.

 

UN DECRETO LEGGE ENTRA IN VIGORE SUBITO

MA DEVE ESSERE CONVERTITO IN LEGGE ENTRO 60 GIORNI

 

DOBBIAMO FARE DECADERE questo DECRETO.

questo e’ uno dei tanti fronti  su cui combattere

questo governo

Slai Cobas Ansaldo Camozzi


due conti sul 

salario dei metalmeccanici

dopo il rinnovo beffa


Il programma di Confindustria è quello di imporre il totale dominio dell'impresa sul lavoro, di universalizzare la flessibi­lità selvaggia, di distruggere i contratti collettivi individualizzando il rapporto di lavoro. Cancellando dalla storia la memoria che solo unite le formiche operaie hanno la forza di abbattere la quercia che loro sono.

Il Governo ha fatto proprio questo programma traducendo il libro bianco di Maroni nelle leggi delega che vanno via via distruggendo ogni diritto e ogni valenza collettiva dei lavoratori.

Questa è la guerra infinita che è stata lanciata contro i lavoratori

Il ruolo di un sindacato vero dovrebbe essere quello di  opporsi mettendo insieme la forza unitaria dei lavoratori. Ma c’è chi pensa invece che ormai sia quello di sedersi riverente al tavolo dei padroni per aiutarli a tradurre in regole contrattuali tutte quelle leggi che ci stanno scaricando addosso. Dopo aver vergognosamente siglato il Patto per l’Italia, Fim e Uilm ritengono di non avere ormai altro ruolo da svolgere che questo. Vantandosi di essere gloriosi firmatari di accordi. Corteggiati dai padroni, ricattano e deridono i lavoratori, chiamando estremisti e scissionisti quelli che non riescono a digerire di essere da loro coinvolti a strisciare sotto i padroni.  Non riusciamo a capire l’asservimento a cui si rassegnano i loro iscritti.

Al di là dell’insulto contenuto nelle richieste salariali, che continueranno a far diminuire il salario reale e aumentare i profitti padronali, il contratto siglato, a tarallucci e vino e senza bisogno di lotta, contiene :

E’ da anni che subiamo contratti da noi sempre giudicati “perdenti”.

Ma questo è il visto definitivo rilasciato ai padroni

di fare quello che vogliono.

La Fiom dichiara di volersi opporre a tutto ciò rilanciando il ruolo di avanguardia che ha avuto nel lontano passato il contratto dei metalmeccanici. Nel clima generale che ci circonda non è una sfida facile. Se davvero lo vuol fare deve inventare forme di lotta capaci di incidere veramente sugli interessi padronali e non esporre i lavoratori a nuove pesanti frustrazioni.

un futuro di dignità dei lavoratori è solo nelle nostre mani

o saremo capaci di riorganizzarci per ricostruirlo

o esso sarà abbandonato per sempre nelle mani dei padroni.

Slai Cobas Ansaldo Camozzi

14/5/2003


L’ESTERNALIZZAZIONE DI SERVIZI AZIENDALI NON COSTITUISCE CESSIONE DI RAMO D’AZIENDA SE SI LIMITA AD UN’ESPULSIONE DI SEMPLICI REPARTI O UFFICI

 Ne consegue l’inapplicabilità dell’art. 2112 cod. civ. e l’inefficacia della cessione nei confronti dei lavoratori addetti ai servizi trasferiti (Cassazione Sezione Lavoro n. 14961 del 23 ottobre 2002, Pres. Mercurio, Rel. Picone).       

Nel luglio 1997 l’Ansaldo Energia s.p.a. ha concluso con Manital – Consorzio per i Servizi Integrati, un contratto che prevedeva la fornitura da parte del consorzio di servizi e operazioni di manutenzione generale. Nel settembre del 1997 l’Ansaldo Energia ha ceduto al Consorzio Manital un “ramo d’azienda”, identificato nei cosiddetti “servizi generali”, comprendenti varie attività, quali la conduzione e manutenzione di impianti termotecnici, elettrici, telefonici, delle attrezzature di sicurezza, di ascensori e montacarichi, di immobili industriali e civili, di gestione e manutenzione di fotocopiatrici ed altre macchine per ufficio, di ricevimento e smistamento posta, di pulizia dei fabbricati, di segreteria, di traduzione dei documenti ecc. La cessione è stata preceduta dalle comunicazioni alle rappresentanze sindacali previste dall’art. 47 della legge n. 428 del 1990 per i trasferimenti di azienda. I lavoratori addetti al settore ceduto sono stati inquadrati alle dipendenze del Consorzio Manital, in quanto l’Ansaldo Energia s.p.a. ha ritenuto applicabile l’art. 2112 cod. civ. secondo cui, in caso di trasferimento di azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario.
         Tommaso G. ed altri dipendenti dell’Ansaldo Energia s.p.a. passati al Consorzio Manital si sono rivolti al Pretore di Genova sostenendo che il settore di attività ceduto non costituiva un ramo di azienda e che pertanto doveva escludersi l’applicabilità dell’art. 2112 cod. civ. Essi hanno chiesto al giudice di accertare l’invalidità della cessione del loro contratto di lavoro, in quanto avvenuta senza il loro consenso e di condannare l’Ansaldo Energia s.p.a. a reinserirli nell’attività lavorativa. Il Pretore ha rigettato la domanda, ma la sua decisione è stata riformata, in grado di appello, dal Tribunale di Genova, che ha condannato l’Ansaldo Energia s.p.a. a reinserire i ricorrenti nella loro funzione lavorativa e nella retribuzione anteriore alla cessione. Il Tribunale ha ritenuto che si sia verificata un’operazione di mera “esternalizzazione” di attività aziendali non assoggettabile alla disciplina stabilita dall’art. 2112 cod. civ.
         La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 14961 del 23 ottobre 2002, Pres. Mercurio, Rel. Picone) ha rigettato il ricorso dell’azienda, affermando che il Tribunale ha correttamente escluso che i servizi ceduti costituissero un ramo d’azienda; questo – ha osservato la Corte – deve avere una sua autonomia funzionale, nel senso che deve presentarsi come una sorta di piccola azienda in grado di funzionare in modo autonomo e non rappresenti, al contrario, il prodotto dello smembramento di frazioni non autosufficienti e non coordinate tra loro, né una mera espulsione di ciò che si riveli essere pura eccedenza di personale; con queste caratteristiche, quindi, il ramo di azienda deve preesistere alla vicenda traslativa, nel senso che già prima esso deve essere identificabile ed idoneo a funzionare autonomamente, senza, peraltro, che tale requisito venga a mancare sol perché il ramo di azienda venga integrato da altri elementi, una volta inserito nella complessiva azienda dell’acquirente.
         Per queste ragioni – ha affermato la Corte – non può essere condivisa la tesi dell’Ansaldo, secondo cui l’autonomia funzionale del ramo trasferito può essere anche soltanto potenziale presso il cedente, essendo sufficiente, al fine dell’attribuzione della qualità di ramo di azienda, l’astratta idoneità del nucleo di beni o rapporti ceduti ad essere organizzati per l’esercizio di un’attività; il diritto positivo richiede invece, per l’applicazione dell’art. 2112 c.c., che sia ceduto un complesso di beni che oggettivamente si presenti quale entità dotata di una propria autonomia organizzativa ed economica funzionalizzata allo svolgimento di un’attività volta alla produzione di beni o servizi. Altrimenti – ha rilevato la Corte – sarebbe la volontà dell’imprenditore ad unificare un complesso di beni (di per sé privo di una preesistente autonomia organizzativa ed economica volta ad uno scopo unitario), al solo fine di renderlo oggetto di un contratto di cessione di ramo di azienda, rendendo applicabile la relativa disciplina sulla sorte dei rapporti di lavoro.
         L’art. 2112 c.c., anche nel testo anteriore alle modifiche di cui al D.lgs. 18/2001 – ha precisato la Corte – certamente non impedisce del tutto di ricondurre alla cessione di azienda i processi di “esternalizzazione”, consentendo che siano ceduti singole funzioni o singoli servizi, ma solo a condizione che essi si presentino, prima del trasferimento, funzionalmente autonomi; ma certamente preclude l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate tra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, con identificazione dei lavoratori coinvolti sulla base delle mansioni svolte e non dell’inerenza del rapporto ad un ramo di azienda che sia oggettivamente tale già prima del trasferimento.

30 Ottobre 2002


In ciò che è rimasto della nostra fabbrica (110 operai e 100 impiegati) è praticamente scomparsa la vecchia guardia operaia andata in pensione anticipata grazie ai benefici ottenuti per l'esposizione all'amianto. Ci troviamo circondati da nuovi assunti ( per i quali fino adesso siamo riusciti a imporre il contratto a tempo indeterminato) che non hanno alle spalle nessun retroterra di partecipazione sindacale. La sfida contenuta nel nostro progetto di inserire in fabbrica un polo autorganizzato non può vivere di rendita ma è costretta a ricominciare da capo. In questa situazione non possiamo far altro che entrare nel merito delle proclamazioni e richieste che la Fiom si prepara a diffondere tra i lavoratori con assemblee, facendo cogliere le contraddizioni e le conseguenti richieste che ne dovrebbero essere tratte. Preparando così i lavoratori a valutare i risultati a cui si arrenderà per non essere tagliata fuori. Noi abbiamo ben chiaro qual'è il progetto strategico della Cgil e continueremo comunque a lavorare perchè i lavoratori ne prendano sempre più coscienza.

Scambiamo coi compagni questi primi appunti su tre tematiche.

 

Slai Cobas Ansaldo Camozzi - Milano  

Ottobre 2002

“ Prima di tutto la democrazia “

“ Contro la precarizzazione “

“ Il salario “


11 settembre 2001

11 settembre 2002

La guerra è l'espressione più pura del dominio politico occidentale e il puntello di ultima istanza su cui si regge la struttura liberticida e distruttiva del capitalismo.

Le guerre susseguitesi in questo decennio (Golfo, Balcani, Medio Oriente, Afghanistan ) hanno due tipi di cause : da un lato, gli interessi geopolitici degli Stati Uniti e dei loro principali alleati (l'esigenza di contrastare le potenze emergenti, di incrementare il controllo sulle risorse energetiche e idriche fondamentali, di acquisire posizioni di dominio sui nuovi mercati asiatici); dall'altro, le pressioni esercitate sulla Casa Bianca dal complesso militare-industriale e dal sistema finanziario americano, sul quale incombe il peso di un deficit astronomico, finanziabile solo con i flussi di investimento provenienti dall'estero e minacciati da un'eventuale eclissi dell'egemonia militare statunitense.

L'11 settembre ha fornito una troppo evidente tragica scusa

per proseguire questa espansione imperiale nel mondo.

Dopo un anno, il “memoriale” di quella data viene utilizzato oggi per sostenere la decisione di Bush di scatenare la prossima guerra contro l’Iraq.

Alla quale ne seguiranno altre: rientranti ormai nel quadro della “guerra infinita e duratura” a cui ci vogliono condannare. Con il disumano immenso grondare di sangue umano che ci costringono cinicamente a sopportare. 

Pochi sanno però cogliere il nesso che lega anche i conflitti sociali contro cui ci stiamo preparando a lottare con la situazione politica, economica e sociale in cui ci verremo a trovare quando scatterà l’aggressione militare da parte delle forze militari anglo-americane nei confronti dell’Iraq.

La guerra crea condizioni che nuocciono gravemente e pesantemente sulla condizione dei lavoratori, impedendone ogni possibile forma d’emancipazione o conquista economica e sociale. Diritti e tutele dei lavoratori, l’articolo 18, il salario, la contrattazione, le pensioni, la sicurezza nei luoghi di lavoro, la difesa della sanità e della scuola pubblica ...... non possono essere difesi se l'opposizione nel paese non avrà sin d'ora messo al centro delle proprie rivendicazioni un 

no alla guerra

contro la protervia degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Slai Cobas Ansaldo Camozzi


A PROPOSITO DI FIRME

Dopo le 350.000 firme raccolte contro il rinnovo del biennio contrattuale non sottoscritto dalla Fiom, dopo le firme raccolte prima delle ferie per sostenere il referendum per l’estensione dell’art.18 a tutti i lavoratori, la Cgil ha lanciato un’altra raccolta di firme per far venire a galla la diffusa volontà dei lavoratori di opporsi alle manomissioni dei diritti che il governo sta mettendo in atto sia con le deleghe sul lavoro sia col Patto per l’Italia firmato da Cisl, Uil.

Un obiettivo che si trova naturalmente concordi.

Ci attraversa però il timore che l’uso continuo dello strumento della raccolta firme possa ingenerare nella testa dei lavoratori la falsa idea che esso costituisca un valido strumento di opposizione.

Lo stesso slogan usato per questa raccolta si presta a questa ambiguità :

tu (GOVERNO) togli

io  (LAVORATORE)  firmo

CHE SEMBRA VOLER DIRE

Ce ne danno tante  .....

ma gliene diciamo tante

Le firme che verranno raccolte devono contenere la disponibilità cosciente dei lavoratori a scendere in campo con le lotte che si renderanno necessarie se si vuole veramente opporsi a un governo ( e a chi a lui si allea) che mira a trasformare lo Statuto dei lavoratori in Statuto dei lavori.

Dove i diritti, la dignità, la tutela dei lavoratori  per cui la classe operaia ha per decenni duramente lottato vengono buttati al macero per difendere il potere, gli interessi, l’incontrollabile dominio su di essi dei padroni.

Slai Cobas Ansaldo Camozzi


estendere a tutti la tutela dell’art.18. con la lotta.

Il rapporto di lavoro non deve poter essere utilizzato da nessun padrone come strumento per ricattare, umiliare, costringere a subire tutto, impedire di rivendicare anche il semplice rispetto delle norme contrattuali.  Già tantissime sono le armi che hanno per farlo, ma concedere loro anche il diritto di poter tranquillamente licenziare qualsiasi lavoratore, in qualsiasi momento e senza alcun motivo, vuol dire arrivare al fondo del barile della flessibilità e legalizzare la schiavitù.

L’art.18, conquistato dopo le lotte operaie del 68/69, impedisce di essere esposti almeno a questa infamia. Solo però per chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti. Oggi mentre il governo confindustriale vuole rimetterlo in discussione è giusto rispondere non solo difendendolo ma rivendicando che venga esteso a tutti i lavoratori. Mentre loro ci vogliono imporre un pesante passo indietro noi rivendichiamo un indispensabile passo avanti.

La lotta per la difesa e l’estensione a tutti dell’art.18 è però senza senso se non viene collocata dentro una più generale opposizione a tutte le forme di lavoro precario che da anni sono state lasciate passare e addirittura concordate. Il lavoro interinale o quello a tempo determinato, i contratti di  formazione lavoro o quelli parasubordinati della finta collaborazione, contengono già al loro interno la previsione scritta della loro estinzione : e quindi del licenziamento.

La dignità umana del lavoratore che si vuol difendere con l’art.18 è ridicolizzata dalle infinite forme di lavoro precario che si stanno estendendo a macchia d’olio.

Per non parlare delle devastanti modifiche del “mercato” del lavoro previste dal libro bianco di Maroni, che, se passano, ridurranno la tutela dell’ art.18 al teorico vanto di aver conquistato la pelle senza aver ammazzato l’orso. 

Come è stato per la sua conquista, così la difesa e l’estensione dell’ art.18 a tutti non potranno essere conquistate senza una pesante scesa in campo di coloro, i lavoratori di oggi e di domani, che ne stanno subendo o ne subiranno le disumane conseguenze. Qualcuno vuol farci credere che in “democrazia” l’unica forma di agibilità sociale è quella di andare a votare ogni 5 anni e poi subire in silenzio tutto quello che qualunque governo vincente intenderà farci ingoiare. In questa ottica anche scioperi generali “trimestrali” e imponenti manifestazioni di piazza vengono assorbiti senza disagio dal potere politico che domina in parlamento : e rischiano di seminare tra i lavoratori frustrazioni e senso di impotenza.        

L’unico strumento che ci ha consentito nel passato di conquistare qualche minimale diritto è stata la capacità di mettere in campo forme di sciopero in grado di incidere pesantemente sugli interessi padronali. Blocco vero e controllato degli straordinari e dei sabati lavorativi, scioperi di reparto, presidi davanti alle piccole e medie fabbriche ...... e tutto quello che siamo in grado di inventare per far sentire veramente sul collo (.. e sul portafoglio ) dei padroni il nostro reale contropotere. 

Noi nutriamo il timore che il ricorso al referendum, di cui non è comunque scontato l’esito, possa far passare in secondo piano questa prioritaria convinzione. Questa campagna non si può limitare a una semplice raccolta di firme ma deve seriamente servire per far crescere tra i lavoratori la coscienza delle gravi questioni in gioco e la capacità di mobilitarci senza lasciarci fermare da compromessi o svendite. Noi lavoreremo per questo.

 ma non possiamo dimenticare  che l’attacco e’ ben più vastO

§        senz’altro dobbiamo opporci alla modifica dell’art.18 e conquistare la sua estensione a tutti i lavoratori, ma la libertà di licenziare senza nessun motivo passa anche attraverso l’arbitrato. Sui cui c’è da tempo disponibilità sindacale a trattare.

§        senz’altro dobbiamo opporci alla decontribuzione fiscale, che svuota le casse Inps e insidia le pensioni di tutti ma anche il trasferimento del Tfr su fondi integrativi ( pur se spacciato come libera scelta) ci costringe a giocarci in borsa la nostra vecchiaia esponendoci ai rischi che stanno correndo milioni di lavoratori in tutto il mondo. Una vergogna che in Italia vede coinvolti anche i sindacati. 

§        le deleghe sul lavoro ( il libro bianco di Maroni ) prevedono la diffusione incontrollata di tutte le forme di lavoro flessibile, la distruzione dei contratti collettivi e l’avvio dei contratti individuali a progetto e intermittenti, la privatizzazione clientelare del collocamento, la distruzione pratica del diritto di sciopero, la regionalizzazione dello statuto dei lavoratori ....

§        la riforma del fisco aumenta a dismisura i salari sopra i 100 milioni (con la modifica dell’Irpef) e i profitti delle aziende (detassandole quasi totalmente), aggredendo invece subdolamente i salari dei lavoratori e dei pensionati ( aumenti salariali irrisori, mancato adeguamento degli scaglioni Irpef all’inflazione, raddoppio tasse sul Tfr, addizionali regionali e comunali ... ) ....

§        la privatizzazione della scuola, sanità, servizi, assistenza ... mette in mano di chi mira solo a far soldi tutte le esigenze fondamentali della nostra vita che una convivenza veramente civile dovrebbe garantire a tutti ....

§        la salute nei posti di lavoro diventa un optional e, dopo la tranquilla assoluzione di chi ha massacrato i lavoratori di Porto Marghera, si va verso l’annullamento delle legge che, pur a esposizione consumata, riconosce qualche beneficio pensionistico a tutela dei lavoratori usurati dall’ amianto ....

§        gli interessi padronali mirano ( con la legge Bossi-Fini) a costruire una massa di lavoratori migranti utili per i loro profitti ma privi di qualsiasi diritto ed esposti a ogni ricatto ( “se il tuo padrone ti licenzia ti sbattiamo vai”) per insidiare poi la tutela dei diritti di tutti ....

§       la guerra “duratura”, col pretesto del terrorismo serve a imporre ai popoli di tutto il mondo le devastanti regole (vedi Argentina oggi) del liberismo capitalistico ....

Scendiamo in piazza riempiendo la nostra lotta di questi contenuti.

Sui quali l’attuale esposizione avanguardista della Cgil sarà chiamata a rendere conto.

Slai Cobas Ansaldo Camozzi


Il gioco pericoloso del referendum

  1. Il 21 maggio 2000 il referendum radicalconfindustriale sulla libertà di licenziare fu sconfitto da un massiccio e cosciente astensionismo. Nonostrante ciò governo e padroni hanno rimesso in campo questo attacco. Questo sta a dimostrare che, dei referendum, se vogliono se ne sbattono i ..... marroni

  2. Siamo tutti convinti che il minimale ma fondamentale diritto tutelato dall’art.18 attinge alla dignità e alla libertà di ogni lavoratore e deve essere conquistato per tutti i lavoratori, al di là delle dimensioni della loro ditta o della precarietà del loro rapporto di lavoro.

  3. L’art.18 non è piovuto dal cielo ma è stata la mediazione normativa delle lotte del 68/69. Stiamo sperimentando in questi mesi che la sua difesa può essere portata avanti solo con la lotta : così non può non essere anche la conquista del superamento di suoi limiti di applicabilità (sotto i 15 dipendenti). Non è sul campo referendario che sono stati conquistati i diritti dei lavoratori e non possiamo oggi illuderci che su questo campo essi possano essere difesi e estesi. L’unico strumento che ci ha consentito nel passato di conquistarli è la capacità di mettere in campo forme di sciopero capaci di incidere pesantemente sugli interessi padronali. 

  4. Al di là delle intenzioni, estrarre dal cappello il ricorso al referendum in un momento in cui il rischio di far naufragare le lotte fin qui fatte è dietro alle porte, lancia oggettivamente ai lavoratori il messaggio ( così caro a Berlusconi & C.) che “in democrazia” le lotte si fanno “votando”. 

  5. Il “referendum” è uno strumento che utilizza il criterio della “maggioranza” dei cittadini. Esso può essere correttamente usato su tematiche generali che ci toccano tutti appunto in quanto “cittadini”. E’ utilizzare in modo losco questo strumento affidargli i diritti di quella parte di “cittadini” che sono i lavoratori. Al 60% della popolazione non si può eventualmente dare il diritto di decidere che il restante 40% deve rassegnarsi a far loro da servi. La schiavitù non può essere messa ai voti.

  6. I diritti dei lavoratori che si vogliono cancellare e che non si vogliono riconoscere a tutti fanno parte di un progetto di civiltà e di uguaglianza per il quale si sono battuti coloro che ci hanno preceduto. Non possiamo abbandonarli alla semplice conta interclassista di anonime croci su una scheda referendaria.

  7. Le motivazioni per cui Cofferati ha preso le distanze dal referendum non sono naturalmente quelle sopra riportate. Chi dovesse accusarci che così dicendo ci schieriamo dalla sua parte, non può dimenticare che anche il “soggetto portante” che l’ha lanciato (Prc) ha alle sue spalle l’approvazione parlamentare del pacchetto Treu (lavoro interinale) che ha praticamente ridicolizzato l’art.18 per tutti i lavoratori precari. 

  8. Dietro l’art.18 si annida la disponibilità sindacale a trattare sulla trasformazione, secondo la filosofia del libro bianco di Maroni, dello “Statuto dei lavoratori” nello “Statuto dei lavori”. Avvenuta la quale l’eventuale mitico referendum che dovesse arrivare nei prossimi anni si ridurrà alla ridicolaggine di rivendicare la pelle senza aver ammazzato l’orso.


ecco svelato
L’AMORE GOVERNATIVO
PER I PENSIONATI

Il governo Berlusconi si prepara a tagliare le pensioni prossime future.

Il ministro del welfare e del lavoro, Roberto Maroni, ha rilasciato una prima importante dichiarazione in tal senso. Parlando all'assemblea annuale della Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione, il ministro Maroni mentre da una parte ha affermato che il taglio di 5 punti dei contributi dei nuovi assunti non avrà effetti sulle pensioni future dall’altra ha ammesso che le pensioni “saranno garantite dalle concrete possibilità esistenti in termini di finanza pubblica”.

Secondo il prof Pizzuti - uno dei massimi esperti di sistemi previdenziali - il ministro ha chiarito così un punto evidente: “essendo il sistema pensionistico pubblico “a ripartizione”, le prestazioni devono essere in equilibrio con le contribuzioni contemporaneamente versate dai lavoratori. Se quindi oggi riduciamo per i nuovi assunti le aliquote delle contribuzioni, le entrate contributive si ridurranno progressivamente : l'equilibrio imporrà un abbassamento corrispondente delle pensioni”.

E' la prima volta che un esponente del governo di centro destra ammette che le pensioni future potranno essere tagliate.

Pizzuti spiega che se non si deciderà di scaricare sulla fiscalità generale gli effetti di questa decontribuzione allora si rischia di provocare un incremento del debito pubblico dell'ordine di quasi un punto di Pil all'anno.

Tutti sanno che già la riforma Dini, quando sarà a regime, ridurrà le pensioni, rispetto all'ultima retribuzione, di 10 punti per i lavoratori privati e di 20 punti per i pubblici.

La decontribuzione che oggi la riforma Maroni propone comporterà una ulteriore riduzione delle pensioni pari a circa il 17%.

Detto in termini schematici : saremo ormai a pensioni che varranno molto meno della metà dell'ultima retribuzione.

L'obiettivo finale evidente di questa manovra è quello di ridurre la pensione pubblica a un tale livello di intollerabilità per spingere tutti verso la previdenza chiamata “integrativa” dai governi di centrosinistra ( e dai sindacati ) e trascinata dal governo di destra a diventare la principale.

Facendo decollare finalmente anche in Italia i Fondi pensione : tanto agognati dallo speculativo sistema finanziario.

Slai Cobas Ansaldo Camozzi


ANSALDO CAMOZZI SI PIEGA
RIASSUNTO IL LAVORATORE
INGIUSTAMENTE LICENZIATO

Il tentativo di far passare il sopruso di un licenziamento arbitrario e insostenibile è stato rintuzzato.

Lo sciopero dei lavoratori e la situazione di continua mobilitazione su qualsiasi fronte contrattuale aziendale messo in atto dalla Rsu su loro mandato, mentre veniva comunque avviato il ricorso legale, ha fatto cogliere all’Azienda la “convenienza” di togliere dal campo questa insopportabile aggressione.  

CAMOZZI COMPRA ANSALDO
E SI LANCIA COME AVAMPOSTO
DEL DIRITTO DI LICENZIARE SENZA CAUSA

Un giovane lavoratore è stato assunto in Ansaldo Camozzi per essere addestrato alla mansione di controllo di qualità.

Dopo soli 5 giorni viene improvvisamente licenziato.

Nessuna valutazione tecnica può essere alla base di questo licenziamento né il lavoratore si è reso responsabile di qualche comportamento sanzionabile.

L'unica spiegazione di questo inaudito comportamento non può che essere addebitata al fatto che il nuovo direttore di produzione proviene dalla stessa fabbrica da cui arriva il lavoratore assunto : e di lui ricorda l’attiva presenza sindacale.

Venuto a conoscenza dell’assunzione è pesantemente intervenuto chiedendone l’immediato licenziamento.

Camozzi deve decidere se stare dalla parte di questo personale sopruso o rispettare i diritti dei lavoratori.

Mentre scendiamo in piazza contro i licenziamenti arbitrari non possiamo tollerare che, nella nostra fabbrica, ne pratichino impunemente uno sotto i nostri occhi.

Questo episodio deve restare
nella memoria di tutti i lavoratori.

Solo la solidarietà collettiva di tutti può dare a ciascuno la garanzia di poter essere difeso dallo strapotere insindacabile che i padroni pretendono di avere.

Alle spalle della nostra lotta per la difesa dell’art.18 non deve essere persa per strada questa prioritaria convinzione. 

  Slai Cobas Ansaldo Camozzi  


COMUNICATO STAMPA

Ansaldo Camozzi licenzia senza giusta causa

Oggi 4 aprile, i lavoratori Ansaldo Camozzi ( v.le Sarca 336 - Milano) hanno fatto un’ora di sciopero contro l’arbitrario licenziamento di un giovane operaio.

Riuniti in assemblea hanno hanno giudicato gravissimo il comportamento della Direzione Camozzi che apre nei fatti la sua campagna contro l'art. 18 dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori.

Tentando di riportare questa fabbrica ai peggiori anni della sua storia.

I lavoratori uniti esprimono la loro solidarietà al giovane operaio e chiedono alla Direzione la sua immediata riassunzíone.

In attesa delle prossime iniziative, la Rsu ha proclamato da subito il blocco permanente di tutti gli straordinari.

Tutte le Organizzazione Sindacali impegnano da subito anche le loro strutture per sostenere in tutte le sedi il lavoratore licenziato.

Milano, 4 Aprile 2002

La RSU Ansaldo Camozzi


Ecco una delle tante aggressioni
che dietro il drappo rosso dell'attacco all'art.18
rischia di passare sotto silenzio.

LA CANCELLAZIONE DELLA LEGGE SULL'AMIANTO

Per anni i padroni ci hanno avvelenato a milioni con l'amianto (le stime ufficiali parlano di due milioni di operai esposti). Per questa vera e propria carneficina nessuno di loro ha fatto un solo giorno di galera e si contano quasi sulle dita gli operai vittime o i loro familiari che hanno avuto un sempre inadeguato risarcimento economico.
L'unico "miserabile" vantaggio che finora abbiano avuto è stata la possibilità di andare qualche anno prima in pensione, ma pure questo è per i padroni e per lo Stato un intollerabile "privilegio" da cancellare. Nessun prezzo vogliono pagare per l'enorme massa di profitti che hanno intascato rovinandoci la salute!
Ecco perché da anni in Parlamento cercano di affossare anche la 257, una legge già pessima, di cui hanno potuto beneficiare solo poche migliaia di esposti, ma che dà la possibilità di accedere ad un abbuono pensionistico per i lavoratori esposti all'amianto (6 mesi per ogni anno lavorato se si è subita una esposizione all'amianto per almeno 10 anni).
Già nella precedente legislatura i governi di sinistra hanno cercato di cancellare di fatto i benefici pensionistici della 257, ma il contrasto fra chi voleva soprattutto ridurre ulteriormente i benefici e chi voleva restringere la platea degli esposti non ha dato luogo a nessuna legge.
Il nuovo governo di centrodestra si muove sulla stessa linea, ma più velocemente e più a fondo.
Il testo del leghista Brambilla che sta circolando, pur presentando qualche contraddizione, è però chiaro su alcuni fatti:

  1. conservazione dell'assurdo limite di 10 anni di esposizione per accedere ai benefici, ma l'esposizione deve essere avvenuta in ambienti che comportavano una "concentrazione media annuale (di amianto) non inferiore a 100 fibre/litro, come valore medio su otto ore al giorno". Cosa questa impossibile da dimostrare a distanza di anni e del resto, dal punto di vista della nostra salute, completamente assurda, dato che è ammesso da tutti che anche ad esposizioni di gran lunga minori per durata e per quantità c'è il rischio dell'insorgere di gravi malattie .
  2. I lavoratori già riconosciuti, ma non ancora in pensione si vedranno ridotti i loro crediti pensionistici, poiché dal coefficiente 1,5 passeranno all'1,25 (cioè tre mesi ogni anno di lavoro al posto di sei mesi ogni anno).
  3. Dal 1° gennaio 2007, i benefici previdenziali non potranno comunque superare i cinque anni di abbuono.

Questa nuova legge sembrava dovesse essere inclusa nella finanziaria per rendere più veloce l'iter ma, da dichiarazioni più o meno ufficiali, sarà proposta come Decreto Legislativo da approvare in parlamento.
Se passa questa proposta, tutti quelli che sono stati riconosciuti esposti, ma non ancora in pensione, perderanno la metà degli anni di abbuono maturati. Quelli non ancora riconosciuti si troveranno preclusa la strada del riconoscimento.
Il sindacato confederale dopo che ha sostenuto per anni la politica della "riduzione delle spese statali" per l'amianto, cercando di ridurre la platea degli esposti, oggi dichiara di aver strappato che "la riforma e l'aggiornamento della legge quadro sull'amianto" passi attraverso il "necessario dibattito parlamentare", pur sapendo bene che in quella sede nulla di buono può venire a noi operai.
La filosofia sindacale che, anche su altri fronti, domina in questi giorni è quella di "contrattare" la "salvaguardia dei diritti acquisiti" abbandonando gli altri al massacro: che in questo caso significa limitare drasticamente i riconoscimenti futuri (tanti) e salvare solo quelli (pochi) del passato.

Anche questo è un fronte su cui occorre mobilitarsi.
Sia contro il governo Berlusconi che contro le mediazioni a perdere

Slai Cobas Ansaldo

Il Governo riduce i benefici previdenziali per chi è stato esposto all'amianto.

Milano - Il Governo taglierà del 50% i benefici previdenziali per gli addetti all'amianto. La novità, gravissima, uscita ieri al congresso Fiom di Genova, è stata annunciata al sindacato dal sottosegretario Brambilla : il Governo, modificando l'art.13 comma 8 della legge 257, vuol inserire nella finanziaria un decreto omnibus che taglia i diritti consolidati. In base alla legge dell'Ulivo, per chi ha un riconoscimento di esposizione all'amianto superiore ai 10 anni, scatta l'indice 1,5 ossia 6 mesi per ogni anno di esposizione, per cui 12 anni di esposizione producono 18 anni di anzianità. Con il Governo Berlusconi, invece, con 12 anni di esposizione e con criteri severi che prima non c'erano ( 8 ore continuative e 100 fibre/litro) si maturano solo 15 anni e non più 18. Con una particolare cattiveria : chi non ha l'attestato in data 28 novembre, non matura nessun diritto. Anche gli addetti delle circa 200 aziende che rientrano negli atti di indirizzo. Lo scorso luglio i senatori dell'ulivo ( Battafarano, Pizzinato, Salvi e altri) hanno invece proposto di estendere i benefici anche a chi ha una esposizione inferiore ai 10 anni.

da L'Unita del 1.12.2001

Testo della lettera pervenutaci dall'ASSOCIAZIONE ESPOSTI AMIANTO

"Siamo venuti a conoscenza del testo di un disegno di legge scaturito, così ci è stato detto, da un accordo fra il Governo e i sindacati (confederali e della confindustria), nel quale i benefici previdenziali dei lavoratori che sono stati esposti all'amianto sono quasi del tutto aboliti. Se abbiamo capito bene vengono salvaguardati i lavoratori che hanno già ottenuto i benefici e i lavoratori beneficiari degli atti di indirizzo emanati dal precedente governo. Coloro che hanno le pratiche in corso e quelli che in futuro - tutte le categorie di lavoratori appartenenti a qualunque ente previdenziale - chiederanno i benefici, avranno diritto nella misura in cui:
a) saranno stati esposti ad oltre dieci anni esclusi i periodi di inattività eventuale;
b) se esposti ad una quantità media annuale di oltre 100 fibre litro per otto ore al giorno,
Il beneficio sarà ridotto al coefficiente 1,25, cioè tre mesi per ogni anno di esposizione.
Non si andrà però in pensione anticipatamente, ma si otterrà una pensione maggiore in termini monetari in quanto il periodo ottenuto come beneficio, verrà aggiunto agli anni di contribuzione versati. Infatti viene detto che i lavoratori hanno diritto ai benefici solo al momento del pensionamento. Sembra contraddittorio quanto viene affermato in seguito in quanto si spiega che il periodo di pensionamento non potrà superare i 40 e solo dal 2007 non si potranno aggiungere al pensionamento oltre 5 anni.

Questa proposta di legge che potrebbe essere varata come decreto legge o inserita nella legge finanziaria è di estrema gravità: meglio sarebbe stato dire semplicemente che la legge 271/93 che ha modificato l'articolo 8 comma 13 della 257/92 è abrogata, evitando così l'umiliazione ai lavoratori di vedere respinta la domanda per non avere superato le 100 fibre litro di esposizione (quasi mai misurata negli anni passati) e stabilendo ancora una volta che alla perdita possibile di salute e di mancanza di informazione sui rischi si risponde con la monetizzazione."

Milano, 2 dicembre 2001

DISEGNO DI LEGGE
Disposizioni riguardanti i lavoratori esposti all'amianto.

Articolo 1

  1. I lavoratori che, per un periodo non inferiore a dieci anni, sono stati adibiti ad una lavorazione comportante l'esposizione all'amianto in concentrazione media annuale non inferiore a 100 fibre litro, come valore medio per 8 ore al giorno, hanno diritto, al momento del pensionamento, alla moltiplicazione per il coefficiente di 1.25 dell'intero periodo di esposizione all'amianto, ai fini del diritto e della misura delle prestazioni pensionistiche.
  2. A fare tempo dal primo gennaio 2007, l'aumento dell'anzianità contributiva, derivante dall'applicazione del coefficiente di cui al comma 1, non può superare i cinque anni.

Articolo 2

  1. L'anzianità complessiva non può comunque risultare superiore a quaranta anni.
  2. Per periodo non inferiore a dieci anni si intende il periodo di anzianità effettivamente svolta.

Articolo 3

  1. Sono esclusi dal beneficio di cui all'articolo 1 i titolari di trattamento pensionistico liquidato o da liquidare con decorrenza anteriore alla data di entrata in vigore della presente legge.
  2. Il beneficio di cui all'articolo 1 non è cumulabile con altri benefici previdenziali previsti da fondi, gestioni o casse di previdenza obbligatoria che comportino l'anticipazione dell'accesso al pensionamento ovvero l'aumento dell'anzianità contributiva.

Articolo 4

  1. A decorrere dall'entrata in vigore della presente legge l'articolo 13 comma 8 della legge 27 marzo 1992, come modificato dalla legge 4 agosto 1993, n. 271, è abrogato.
  2. Sono fatti salvi i trattamenti pensionistici liquidati o da liquidare, in applicazione dell'abrogato articolo 13, comma 8, con decorrenza anteriore alla data di entrata in vigore della presente legge.
  3. Le certificazioni rilasciate dall'INAIL prima dell'entrata in vigore della presente legge che avrebbero dato luogo ai benefici previdenziali previsti dall'articolo 13, comma 8 della legge 27 marzo 1992, n. 257, come modificato dalla legge 4 agosto 1993, n. 271 sono valide ai fini del riconoscimento dei benefici previdenziali di cui all'articolo 1, nei limiti previsti dagli articoli 2 e 3.
  4. Sono altresì valide, alle medesime condizioni, di cui al comma 3, le certificazioni che, sono in corso di rilascio da parte dell'INAIL in esecuzione degli atti emessi dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali alla data dell'entrata in vigore della presente legge.

Articolo 5

  1. Le domande di pensionamento devono essere presentate all'ente previdenziale di appartenenza, che si avvale, ai fini dell'accertamento dell'esposizione all'amianto e dei relativi periodi, del supporto tecnico dell'INAIL.
  2. L'ente previdenziale erogatore della prestazione pensionistica provvede, al momento della liquidazione della prestazione, alla rivalutazione di cui all'articolo 1.


Il rinnovo del biennio economico del contratto dei metalmeccanici

Cronache di fabbrica

Lo sciopero dell'8 luglio e la vicenda contrattuale


Informamianto

Il bollettino del Cobas Ansaldo sulla vertenza amianto lo trovi nella pagine sulla Salute e Sicurezza.


Per capirci faticosamente qualcosa

A nostra insaputa, il 18 novembre 1999, in occasione della firma del contratto nazionale è stata firmata una Dichiarazione Comune tra Federmeccanica -Assistal e Fim, Fiom, Uilm, in cui si prevede che " in caso di provvedimenti di ripristino di festività, i permessi annui retribuiti, saranno ridotti fino a concorrenza ".

Federmeccanica, in occasione del ripristino della celebrazione della festa della Repubblica nella data del 2 giugno, interpreta la dichiazione comune sottraendo 8 ore ai PAR. In sostanza ha deciso di "monetizzare" le 8 ore di PAR soppresse (pagandole a fine anno) per "non perdere produzione e non penalizzare dal punto di vista economico i lavoratori". ( Ma gli impiegati lo saranno comunque perchè quando il 2 giugno cade in sabato o domenica, come quest'anno, essi semplicemente lo perderanno)

Con una circolare del 20 febbraio Fim, Fiom, Uilm contestano questa interpretazione della Dichiarazione Comune :

    " la Dichiarazione comune sottoscritta dai Segretari Generali di Fim, Fiom e Uilm è da intendersi riferita esclusivamente all'ipotesi di ripristino delle festività che con la legge 54/1977 avevano dato origine ai quattro gruppi di 8 ore di ex festività confluiti, con il Ccnl 1999, nei Permessi annui retribuiti (PAR)".

Fim, Fiom, Uilm hanno pertanto convocato il collegio unitario dei legali per approfondire la problematica e per predisporre la modulistica per il tentativo di conciliazione obbligatorio, passaggio preliminare per l'instaurazione del contenzioso in Magistratura

Fim, Fiom,Uilm Roma, 20 febbraio 2001

Mercoledì 28 febbraio si è tenuta la riunione del Collegio Legale Nazionale :
la valutazione del Collegio legale ha totalmente confermato la non corretta interpretazione da parte di Federmeccanica delle norme di legge e contrattuali che regolano la materia e risulta di conseguenza giuridicamente e contrattualmente scorretta l'iniziativa di quelle imprese che nei tabellini delle buste paga dei lavoratori hanno ridotto di 8 ore l'ammontare dei P.A.R. contrattualmente resi disponibili.
La decisione delle segreterie nazionali di Fim, Fiom, Uilm è di procedere su specifiche e selezionate situazioni territoriali a una iniziativa di cause legali.
E' nostra opinione che tale iniziativa deve essere avviata da parte delle strutture territoriali in tutte le situazioni dove l'azienda ha proceduto a sottrarre le 8 ore dei P.A.R.
Si tratta quindi nei prossimi giorni di procedere, in tempi ragionevolmente brevi, da parte dei territori alla selezione dei casi in raccordo con le segreterie nazionali.
Come è noto, la presentazione del ricorso legale dovrà essere preceduto dal tentativo obbligatorio di conciliazione sindacale che prevede entro 60 giorni dalla contestazione formale del contenzioso la possibilità di una sua risoluzione nella sede dell'ufficio provinciale del lavoro.

Segreterie nazionali Fim, Fiom, Uilm

  • La nostra Direzione non ha comunicato niente ai lavoratori.
  • Riteniamo urgente procedere alla raccolta delle deleghe per avviare il tentativo obbligatorio di Conciliazione presso la Direzione provinciale del Lavoro.
  • Siamo costernati nel venire a sapere che da mesi nelle alte sfere stanno discutendo di questa Dichiarazione Comune di cui tutti noi siamo stati tenuti tranquillamente all'oscuro. Incredibile !

Slai Cobas Ansaldo


L'INPS DI MONZA BLOCCA IL RICONOSCIMENTO DEI BENEFICI PENSIONISTICI

I responsabili della sede Inps di Monza oppongono difficoltà alla rivalutazione dei contributi pensionistici di due lavoratori Ansaldo cui l'Inail ha già rilasciato l'attestazione di avvenuta esposizione all'amianto e il riconoscimento della malattia professionale.
Questo mentre altre sedi Inps (Milano, Sesto S.Giovanni, Lodi, Bergamo .... ) nulla hanno eccepito e hanno proceduto all'operazione richiesta.
Questo è il primo di altri casi che si potrebbero verificare quando diverse sedi Inps si vedranno richiedere la stessa cosa dai lavoratori che rientrano nei casi previsti dal'indirizzo ministeriale.

Non possiamo stare a guardare.

Di fronte alle attestazioni che l'Inail rilascia, l'Inps è tenuta ad applicare la legge che concede i benefici pensionistici e i funzionari di qualsiasi sede sono tenuti ad attenersi. Si tratta di un atto dovuto non ottemperando il quale sono passibili di denuncia per omissione di atti d'ufficio.
E' importante che la Rsu denunci questa situazione, e le altre che dovessero verificarsi, agli organi centrali dell'Inps chiedendo di notificare ai responsabili delle sedi in questione di non adottare comportamenti discriminanti e personalizzati.
E' utile anche che i singoli lavoratori promuovano denunce legali.
Ma tutto questo rischia purtroppo di protrarsi inutilmente nel tempo.
Si rende necessario mettere in campo le iniziative di cui noi siamo capaci quando abbiamo un diritto da difendere.

Se l'Inps di Monza non dovesse immediatamente recedere da questo anomalo comportamento ci faremo vedere sotto la sua sede con presidi e volantinaggi di denuncia e di protesta.

Slai Cobas Ansaldo


L'avviso di indirizzo sull'esposizione all'amianto negli stabilimenti Ansaldo.

In data 9 febbraio 2001 il sottosegretario di Stato del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale On. Paolo Guerrini ha inviato all'Inail e alla Contarp le "linee di indirizzo" per il riconoscimento dei benefici previdenziali dovuti all'esposizione all'amianto ai lavoratori delle aziende del Gruppo Ansaldo, estensibili anche ai lavoratori dipendenti di imprese con contratto di appalto e subappalto continuativo che hanno operato all'interno dei suddetti stabilimenti.

Il nostro giudizio politico.

La legge che prevede i benefici pensionistici era stata pensata per favorire lo smaltimento degli esuberi nelle fabbriche coinvolte nell'estrazione e nella lavorazione dell'amianto che andavano chiudendosi. Ma il dramma dell'amianto ha assunto dimensioni paurose tra moltissimi altri lavoratori che hanno avanzato giustamente richiesta del riconoscimento, almeno, del risarcimento pensionistico previsto dalla legge : ricorrendo alla magistratura.
Per far fronte a questa massa di ricorsi legali, da tempo l'11ª commissione del senato (presieduta prima dal senatore Tapparo e ora dal diessino Battafarano) sta preparando una legge per modificare la legge e rendere praticamente inaccessibili i benefici pensionistici previsti per la stragrande maggioranza dei lavoratori.
Per rendere accettabile questo intervento legislativo bisognava però chiudere in qualche modo i contenziosi aperti : almeno nei settori più coinvolti. A questo scopo presso il Ministero del Lavoro si sono tenuti diversi incontri tra Cgil, Cisl, Uil, Inps, Inail e Contarp per stabilire delle "linee di indirizzo" per alcuni settori produttivi. Il metodo adottato è stato quello di individuare in maniera "certa" i lavoratori che hanno diritto al riconoscimento. Escludendo naturalmente gli altri.
Noi non ci muoviamo in un'ottica egoistica o indivualistica e continuiamo a denunciare come iniqua qualsiasi soluzione che, anche se va a beneficio di alcuni, penalizza ingiustamente altri. Di tutte le fabbriche di Sesto S.Giovanni siamo l'unica per la quale è stato emesso un simile provvedimento. Nulla è stato fatto per Breda Fucine, Breda siderurgica, Falck, Marelli ecc. ecc. Fabbriche che, come e più di noi, grondano di morti per amianto. Qualcuno magari vanterà questo come un merito : ma l'aver aperto una via d'uscita "privilegiata" per i lavoratori Ansaldo non può farci desistere dal sentirci coinvolti con le rivendicazioni degli altri lavoratori.
E rimane anche forte il sospetto che per molte delle 81 fabbriche italiane alle quali, dal 1999 ad oggi, è stata definita una linea di indirizzo, si sia utilizzata la strada dell'amianto come "ammortizzatore sociale" per problemi di esuberi.

Le ingiustizie contenute.

-Le vittime più clamorose di queste "linee di indirizzo" sono i lavoratori addetti alle macchine utensili. Da una vita lavorano gomito a gomito, negli stessi reparti, con tutti gli altri lavoratori ma a loro è stato esplicitamente escluso il riconoscimento dell'esposizione all'amianto. Agli impiegati d'officina (compresi i capi) sì ma a loro no. E dalla descrizione delle mansioni risultano esclusi anche i gruisti non imbragatori.
-La seconda anomalia è dovuta all'incomprensibile criterio in base al quale è stato stabilito che nel 1987 l'esposizione all'amianto sarebbe cessata. Nella nostra azienda, ad esempio, è stato trovato amianto fino all'anno scorso e non in quantità irrisoria. Per questa inadempienza criminosa l'Ansaldo ha subito pesanti ammende economiche. L'Inail stessa, ai lavoratori portatori di patologie dovute all'amianto, ha riconosciuto l'esposizione fino a tutt'oggi. Se loro sono stati esposti fino ad oggi, in base a quale criterio si decide che gli altri lo sono stati solo fino al 1987 ?

L'atto di indirizzo.

Un "atto di indirizzo" ministeriale è vincolante per le istituzioni (Inail) a cui è indirizzato e con cui, oltretutto, è stato concordato. Ma non fonda nè un diritto di esigibiltà nè nè un motivo di preclusione in sede giudiziaria. I lavoratori che sono stati penalizzati dalle linee adottate possono quindi formalmente aprire un ricorso legale. Il problema serio è che su questi eventuali ricorsi incombe l'incubo della prossima legge Battafarano che rischia di spazzarli via.
Si va dicendo in giro che i lavoratori a cui il limite fittizio dell'anno 1987 impedisce il raggiungimento dei 10 anni di esposizione potrebbero essere inseriti nella categoria dei lavoratori a rischio (lavori usuranti) applicando a loro i benefici pensionistici previsti per questa tipologia di lavoro. Un'ipotesi che ci appare finalizzata solo a calmierare gli animi dei lavoratori.

Farci carico dei problemi di chi se ne è fregato della nostra salute?

Questo sfoltimento di operai "logorati" rappresenterà, alla lunga, un grosso beneficio per i padroni che stanno acquistando "lo spezzatino" Ansaldo. E non è esluso che questo sia uno dei motivi per cui il gruppo Ansaldo ha avuto il "privilegio" di questo specifico atto di indirizzo. Le difficoltà che questo esodo potrebbe creare nell'immediato ai nuovi padroni saranno ampiamente compensate quindi dal vantaggio di liberarsi del nocciolo duro operaio e disporre di una forza lavoro meno costosa e più ricattabile. Il diritto di andarsene da un'azienda che ha messo colpevolmente a rischio la nostra salute L'idea di andare a concordare una eventuale incentivazione economica per chi accetterà di restare sono pericolose. La finalità di questo intervento è quella di offrire ai lavoratori la possibilità di anticipare il periodo della pensione per tutelare meglio la propria salute. Se il tutto si risolvesse in un semplice incremento economico cadremmo nel ridicolo. Soprattutto davanti alle migliaia di altri lavoratori che sono nelle nostre stesse condizioni e a cui il diritto di andare in pensione non è riconosciuto.

E non è ancora detto che non ci aspettino altri inghippi.

Adesso occorre unire gli sforzi perchè tutti i lavoratori interessati possano ottenere al più presto il riconoscimento dei propri diritti. Mettendo in atto tutte le iniziative che si rendessero necessarie se ci dovessimo accorgere che, nascondendosi dietro a lungaggini burocratiche, ci sia la volontà di qualcuno di prolungare pericolosamente i tempi.

Slai Cobas Ansaldo


Comunicato Stampa

La privatizzazione di Ansaldo è stata sponsorizzata dai sindacati e propagandata tra i lavoratori utilizzando le stesse argomentazioni usate dalla destra per affossare la sanità pubblica : inefficienza, corruzione e dispendiosità delle Partecipazioni Statali.
Assieme ai "boiardi" di Stato, dei quali per anni hanno tranquillamente sopportato e goduto le abissali incompetenze e le spartizioni clientelari e tangentizie, hanno così buttato a mare anche ogni dignitoso progetto di difendere una efficiente gestione pubblica di un settore strategicamente importante come quello della produzione di centrali elettriche.
Accettata questa operazione, anche il baluardo di impedire la svendita "a spezzatino" dell'Ansaldo è stato ridicolizzato.

Abbandonati fabbrica per fabbrica, i lavoratori si trovano schiacciati e impotenti sotto gli appetiti famelici delle cordate politico-finanziarie, in rissa tra di loro, che si celano dietro i soggetti industriali che si fanno avanti.
Col pretesto di scegliere per i lavoratori il padrone che da loro maggiori garanzie i sindacati si sono coinvolti in questa rissa, arrivando al ridicolo di difendere a Bari (Ansaldo Termosud) le cordate che invece combattono a Milano ( Ansaldo Energia).

I pochi lavoratori rimasti nell'unità produttiva di Milano-Sesto S.Giovanni non hanno in mano nessuna reale garanzia di futuro da parte di nessuno.
Abbiamo proposto che la nostra opposizione fosse in completa autonomia e contro tutte le oscure manovre che rischiano di compromettere il nostro posto di lavoro.
Ci siamo sentiti ridicolizzati sulla stampa e presentati come l'esempio di una nuova classe operaia disposta a scendere in piazza sotto le bandiere di qualche padrone.

Un'umiliazione che non dimenticheremo.

Slai Cobas Ansaldo

24 febbraio 2001


Dietro il bluff di Legnano

Dopo la sparata dei 1.500 lavoratori introvabili per la Casti Group ( ex Ansaldo di Legnano ) alcuni nostri compagni, da tempo in cerca di lavoro e iscritti all'ufficio di collocamento di Legnano, si sono prontamente recati in fabbrica a chiedere il modulo per la richiesta di assunzione. I moduli erano inesistenti e la richiesta su foglio bianco è stata accettata senza neppure lasciare l'atto formale di ricevuta. All'ufficio di collocamento di Legnano ( dove sono registrati 10.000 iscritti ) veniva loro detto che nessuna richiesta di assunzioni era stata loro vanzata dalla Casti. E qualcuno ha fatto sapere che in ogni caso le domande di assunzione già pervenute all'Azienda ammontano a 1.200.

La Fiom denuncia l'irruzione di questa campagna di stampa sulla trattativa ( tanto nascosta che non se ne sapeva niente) che stava portando frutti insperati : contratti a tempo indeterminato, formazione continua, contributo alle eventuali spese per l'abitazione ....... La componente padronale che cavalca la filosofia delle assunzioni flessibili e a basso costo avrebbe tentato di osteggiare un accordo sindacale che andava invece su altre strade. La sudditanza psicologica a quello che è stato da sempre presentato come un padrone "buono", arrivato provvidenzialmente dal cielo a dar la manna del lavoro ai disgraziati dipendenti Ansaldo che si trovavano in pessime acque, può giocare brutti scherzi. Ad esempio quello di dimenticare che è tipico dei padroni giocare su diversi fronti : escludendo così a priori la possibilità che il tanto decantato Castiglioni, che mostra il volto "progressista" al tavolo del confronto sindacale, abbia avuto qualche interesse a innescare, per altre vie, la polemica scoppiata.

Ma la vera mistificazione che si nasconde dietro questa boutade e che tutti i soggetti tengono nascosta è da dove arriva tutta questa storia.

Quando nel 1998 il sindacato vantò di essere riuscito a impedire la vendita ai privati ottenendo che Legnano restasse uno dei tre poli produttivi di Ansaldo Energia, partì un accordo sindacale che vide centinaia di lavoratori messi in cassa integrazione ( e decine lo sono ancora adesso ) o "spontaneamente" spediti in pensione anticipata attraverso la collocazione in mobilità più o meno lunga.

Intercettato l'interesse ( non l'ansia umanitaria) di Castiglioni a sfruttare l'area per progettarvi un proprio insediamento industriale ( nessuno sa quanto l'ha pagata e se per caso il "benefattore" non abbia poi fatto un grande affarone ) , iniziarono le manovre per il disfacimento dell'Ansaldo Energia esattamente a misura delle esigenze dell'imprenditore in arrivo. Mentre 863 lavoratori, presi da vari reparti, venivano provvisoriamente costituiti in una fantomatica CMTL e poi ceduti a Catiglioni, gli altri 500 venivano suddivisi in due branchie : la Divisone Caldaie, dipendente dalla Termosud di Gioa del Colle (Ansaldo) e l'Ansaldo Power (service ). Il destino di questi 500 lavoratori, che vivono fianco a fianco di coloro che sono passati a Castiglioni, è sospeso nel vuoto. Nessuno per esempio dice che le trattative per la privatizzazione della fabbrica di Gioia del Colle stanno arrivando in porto con il carico di 180 esuberi : che naturalmente saranno individuati tra quelli appartenenti all'anomala e distante area di Legnano.

Ai tanti lavoratori che ancora si muovono nell'area ex Ansaldo appare sempre più evidente che la ricerca di nuovo personale da per scontato che loro comunque non rientrano nei desideri di lassù.
Il progetto di questo nuovo insediamento industriale comprende la manovra di disfarsi gradualmente di loro : appartenenti a quella "vecchia" classe operaia ( non solo per età ma per anche per cultura collettiva ) che i nuovi padroni vogliono velocemente sostituire con giovani "vergini" e da "educare" a una nuova e più "moderna" filosofia. La loro.
Recenti incontri a Roma tra Inps, Inail, Ministero del lavoro e sindacati sul problema dell'amianto nel settore Ansaldo fa pensare a un intervento per utilizzare la legge sui benefici pensionistici non per rispetto alla salute dei lavoratori
( tant'è che di quelli di altri settori se ne fregano ) ma per intercettare il bisogno imprenditoriale di disfarsi, con tutti gli strumenti possibili, dei resti di quegli operai che, ultraquarantenni e stancati, non sono l'ideale per partecipare all' "esaltante avventura produttiva" nella quale si vuole coinvolgere, con le buone o le cattive, una nuova generazione di operai.

gennaio 2001

Slai Cobas Ansaldo

 

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