CONTRO I LICENZIAMENTI POLITICI
E SU SALARIO, PRECARIATO, DEMOCRAZIA NEI POSTI DI LAVORO,
PER DARE VITA AD UNA MOBILITAZIONE UNITARIA CONDIVISA E PERMANENTE

Organizziamo unitariamente e collettivamente per il prossimo settembre:
- Un'assemblea nazionale su democrazia nei posti di lavoro, autorganizzazione e democrazia diretta
- Una manifestazione nazionale a Roma contro il governo Prodi e la prossima finanziaria

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  1. Proposte per il proseguimento della mobilitazione [14 maggio 2006]

  2. Appello per la riunione nazionale del 13 maggio 2006 a Roma

  3. Conclusioni dell'assemblea nazionale dello SLAI Cobas del 25 marzo 2006

  4. Partecipanti e solidarietà

  5. Contributi ricevuti e sostegni (in ordine cronologico):

    5.1  Allo Slai Cobas

    5.2  Contro tutti i licenziamenti politici, costruiamo un percorso di unificazione di tutte le lotte

    5.3  La crisi la paghino i capitalisti ed i ricchi! Fronte unico di classe!

    5.4  Manifestazione per i diritti degli immigrati, domenica 14 maggio, Roma

    5.5  Documento firmato da vari gruppi e collettivi

    5.6  Contributo all'appello lanciato dallo SLAI Cobas

    5.7  Comunicato per l'assemblea di 13 maggio di Roma

    5.8  Per gli SLAI COBAS

    5.9  La crisi del riformismo e l'alternativa operaia

    5.10  Rilanciamo il conflitto sociale e di classe

    5.11  Comunicato sul cambio di sede

    5.12  Mozione di Solidarietà


ROMA - ASSEMBLEA CONTRO I LICENZIAMENTI POLITICI E SU SALARIO, PRECARIATO, DEMOCRAZIA NEI POSTI DI LAVORO, PER DARE VITA AD UNA MOBILITAZIONE UNITARIA CONDIVISA E PERMANENTE

Dopo l’assemblea nazionale del Politecnico di Napoli del 25 marzo, l’assemblea nazionale di Roma di sabato 13 maggio scorso ha proseguito nel delineare e consolidare l’area di forze che niente di buono si aspetta dal governo Prodi. Un governo ‘amico’… dei poteri forti, quelli industriali e finanziari, che fa della pace sociale e della concertazione sindacale e politica il suo punto di forza e la sua ragione d’esistenza.

Esiste e sta crescendo di contro un’area diffusa che non crede alla politica di “governo ed opposizione” millantata ad arte da settori di cosiddetta sinistra della coalizione il cui compito è diffondere false illu Rinaldini a settori dei centri sociali collegati ai vari Caruso o Farina ecc…).

Dalle analisi e proposte dei molti interventi svolti in assemblea è emersa la necessità (e la possibilità) di organizzare settori di massa di lavoratori, a cominciare dalla ricerca di omogeneità di contenuti e rivendicazioni sia in relazione agli obiettivi concreti e specifici delle lotte, sia nella definizione di un quadro rivendicativo più generale, comune e condiviso, al fine di collegare tra loro le lotte di resistenza più significative che oggi sono in corso in una prospettiva di superamento delle sole lotte di resistenza.

Un ragionevole percorso con fattibilità di prospettiva non potrà però sottrarsi al necessario avvio di un serrato confronto “in positivo” sulle cose da fare, sulle logiche da seguire, sui successivi passaggi politici e pratici da fare insieme per strutturare stabilmente, politicamente ed organizzativamente, la costruzione di un’opposizione di classe.

A tutte le realtà che hanno partecipato alle assemblee di Napoli e Roma, che vi hanno aderito, che hanno manifestato solidarietà agli otto licenziati di Pomigliano ed a tutti gli altri licenziati politici, a tutti quegli organismi e singoli lavoratori che vogliono mettere in campo una mobilitazione intercategoriale, anticoncertativa e di classe, si propone quindi di costruire insieme le prossime scadenze di lotta e mobilitazione quali:

  • Sciopero dei lavoratori Atesia di Roma contro i licenziamenti ( si attende la conferma dal Collettivo Precari Atesia per la data del 31 maggio)

  • Mobilitazione in occasione della parata militare del 2 giugno (sia se si tratti di un’iniziativa nazionale che di più iniziative su scala locale) all’insegna dell’indicazione che il 2 giugno i lavoratori non hanno nulla da festeggiare, dell’internazionalismo operaio, e per il ritiro di tutte le truppe da ogni scenario di guerra e contro tutte le guerre dei padroni

  • Convegno “Precari in un Sud Precario” organizzato a Catania per sabato 10 giugno, per collegare la lotta dei 16.000 precari ASU e PUC della Sicilia con quella degli altri settori di precari su scala nazionale

  • Contratto-bidone integrativo del gruppo Fiat: costruire delle forti iniziative nelle zone dove ci sono le principali fabbriche del Gruppo

  • Assemblea nazionale entro settembre sulla democrazia nei posti di lavoro, autorganizzazione e democrazia diretta

  • Manifestazione nazionale a Roma contro il governo Prodi e la prossima finanziaria evitando che si riproponga l’annuale scadenza autoreferenziale. Da preparare dal basso e sulla base di un lavoro concreto nei posti di lavoro e sul territorio da avviare da subito in prosecuzione ed ampliamento dei contenuti unitari delle assemblee di Napoli e Roma, andando oltre le forze presenti alle dette assemblee, e sulla base di convocazioni comuni e con la diffusione locale e nazionale di materiale comune.

Contemporaneamente chiediamo a tutti di contribuire all'elaborazione di una piattaforma unitaria che riassuma le rivendicazioni e gli obiettivi generali da sostenere, per dare corpo a una mobilitazione di classe e anticapitalista, per riuscire a omogeneizzare le rivendicazioni specifiche e particolari dei singoli posti di lavoro all'interno di una comune prospettiva nazionale.
Invitiamo pertanto tutti a contribuire in tal senso, sulla base dei punti da noi già proposti e dei contributi già ricevuti (tutti presenti sui nostri siti).

Slai Cobas
Sindacato dei Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale

14/5/2006

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Appello per una riunione nazionale contro i licenziamenti politici e su salario, precariato, democrazia nei posti di lavoro, per dare vita a una mobilitazione unitaria, condivisa e permanente

sabato 13 maggio, a Roma, ore 9.00
via Aurelia, 476 - Aula Magna
(presso Casa Generalizia Istituto Fratelli Scuole Cristiane)
a 100 metri dalla fermata METRO “CORNELIA” – LINEA A – direzione Battistini

La concertazione e la precarizzazione di tutto il lavoro dipendente progrediscono di pari passo con l'approfondirsi della crisi del capitalismo, in Italia come negli altri paesi "sviluppati".
Ad essi si accompagnano l'autoritarismo delle politiche di guerra commerciale e guerreggiata, che sul piano dei rapporti tra le classi si articolano anche in una crescita della repressione padronale (in Italia spesso gestita congiuntamente con i sindacati confederali, come avvenuto col licenziamento degli 8 operai della Fiat di Pomigliano "rei" di aver bocciato il contratto metalmeccanici).

Il Pacchetto Treu e la Legge 30 (Biagi) sono solo le ultime, ma non le uniche, misure grazie a cui settori fondamentali del capitalismo italiano riescono addirittura ad aumentare i loro margini di profitto, pur permanendo una condizione di crisi che indebolisce l'Italia sul piano della concorrenza internazionale.

Il drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro creato da queste misure è parte integrante della vita quotidiana di milioni di lavoratori, che cominciano, però, a tentare di opporsi a questa situazione. Non solo in Francia come avvenuto con il movimento di massa contro i CPE e i CNE, ma anche in Italia. Pomigliano (8 licenziati), la lotta dei Precari Atesia di Roma (5 licenziati) e quella dei precari ASU e PUC in Sicilia, le iniziative in varie città italiane di lavoratori in corso di precarizzazione o già precarizzati (negli ospedali a Roma, all'aeroporto di Malpensa (3 licenziati), Alicos a Palermo, ecc.) sono altrettanti segnali di una volontà di resistenza e di controffensiva che si va affermando, imposta dalle condizioni del lavoro.

Ma queste lotte non solo il più delle volte sono sepolte dal silenzio stampa e non sono adeguatamente sostenute dalla nostra controinformazione, ma sono destinate a ripiegare su se stesse e a essere sconfitte, se non troveranno reciproci collegamenti, una rete nazionale organizzata, obiettivi e scadenze comuni e condivisi, che ne favoriscano la generalizzazione e la durata.

Fin dall'assemblea nazionale di Napoli del 25 marzo 2006, in solidarietà con gli operai licenziati di Pomigliano, come Slai Cobas abbiamo posto la questione di andare oltre la solidarietà e adoperarsi, collettivamente, per costruire, organizzare e rilanciare insieme un forte movimento di massa e unitario, “di resistenza e controffensiva” nei posti di lavoro e nel territorio.

Pensiamo si debba fare assieme un salto di qualità per contrastare le politiche antiproletarie che continuano a indebolire e fiaccare i lavoratori in tutti i settori, condannandoli, insieme alle loro famiglie, al ricatto della precarietà a vita e la collocazione in fascia di povertà a “sotto-diritti e sotto-salario”.

Un salto di qualità che ci permetta di superare divisioni, campanilismi di sigla e una gestione delle lotte limitata alle singole realtà aziendali e/o locali. Un salto di qualità che consenta l'unificazione dei lavoratori e superi la ritualità e l'autoreferenzialità di scadenze nazionali a intervalli irregolari decise dai "vertici" del sindacalismo di base. Manifestazioni e iniziative nazionali condotte finora senza un percorso continuativo comune tra l'una e l'altra e senza un agire unitario a partire dai posti di lavoro; ma al contrario spesso portate avanti con la sola ottica di acquisire più tesserati, se possibile a scapito delle sigle "concorrenti".

Un salto di qualità impostoci anche dall'esito delle elezioni politiche, che con la formazione di un governo di centro sinistra, vedrà un rilancio della concertazione e della consociazione col padronato (una maggior integrazione dei sindacati nello stato), con un ruolo primario dei sindacati confederali.

La continuità sostanziale col governo di centro destra nelle politiche antiproletarie, sarà infatti mascherata da misure di "governo della manodopera" che, ad esempio, sulla questione della precarizzazione elimineranno alcuni aspetti secondari della Legge 30, lasciandone però intatto il nucleo fondamentale.

In nome della "garanzia della pensione per tutti" vedremo sicuramente accelerare i tempi dello scippo del TFR a favore dei fondi privati e della "verifica" del regime pensionistico, con il definitivo affossamento del sistema pubblico e il lancio ancora su più larga scala delle pensioni private (Fondi pensione) cogestite da padronato, banche, assicurazioni e sindacati.

Non solo questo: di certo il centro sinistra metterà mano anche alla legge sulla rappresentanza nei posti di lavoro, premiando il ruolo concertativo e l'egemonia dei sindacati confederali, contemporaneamente senza nulla concedere in termini di diritti esigibili dai lavoratori.

Una situazione, insomma, che vedrà il tentativo da parte del centro sinistra di rafforzare, tramite i sindacati confederali, il controllo sui lavoratori, di farli "alleare" col capitale produttivo contro la rendita finanziaria, di coinvolgerli nel sostegno al "made in Italy" nelle guerre commerciali internazionali, di "comprarne" l'appoggio con qualche limitata concessione.

Contemporaneamente il centro sinistra concederà ulteriori sgravi fiscali e contributivi al padronato (concedendogli una riduzione di 5 punti del costo del lavoro e recuperando i minori introiti con l'aumento delle spese sociali), articolerà le ricette del FMI alla situazione specifica italiana, chiamerà a nuovi sacrifici per ripianare il debito pubblico e aggiustare i conti "disastrati" dal governo Berlusconi (negli anni '90 ce li chiese per entrare in Maastricht, ora ce li chiederà per rimanervi).

La riunione nazionale di Roma che proponiamo ha la "pretesa" di aprire un confronto per contrapporsi a tutto questo, per contrastare le illusioni di un cambiamento grazie al governo di centro sinistra, per gettare le basi di un movimento di massa che rompa i confini delle specifiche categorie e vada oltre l'attuale limite di “resistenza”. Un movimento su temi e obiettivi anticonsociativi e intercategoriali che, facendo leva sulle situazioni concrete di lotta oggi in corso, sappia intervenire e aggregare i lavoratori sulle questioni fondamentali:

  • del recupero salariale adeguato ai bisogni reali (aumenti consistenti e egualitari, recupero automatico dell'inflazione reale, rivalutazione delle pensioni, garanzia dei servizi pubblici, ecc.),

  • della garanzia del salario,

  • della lotta alla precarizzazione in atto del lavoro dipendente (con l’abrogazione del pacchetto Treu e della legge 30 e per la stabilizzazione dei lavoratori variamente "atipici"),

  • della democrazia nei posti di lavoro (con conferimento di diritti sindacali forti ai lavoratori e da loro esigibili).

Questa riunione nazionale che, lo ribadiamo, è aperta tutti coloro che si oppongono alla concertazione e allo sfruttamento e vuole coinvolgere senza preclusioni di sorta e con pari diritti organismi sindacali, politici, territoriali, come pure singoli lavoratori, che vadano ben oltre quelli che hanno partecipato all'assemblea nazionale di Napoli, si prefigge di definire collettivamente, in modo unitario e condiviso:

  • forme di collegamento stabili tra tutte le realtà di lavoratori, facendo perno su quelle che oggi si muovono concretamente

  • l'elaborazione e la diffusione di una piattaforma unitaria e condivisa, da sostenere e diffondere collettivamente, quale base su cui aggregare i lavoratori e condurre mobilitazioni comuni e contemporanee

  • l'indizione di una manifestazione nazionale a Roma, da decidere collettivamente nei tempi e nei modi, quale primo segnale pubblico e aperto della necessità e possibilità di un'opposizione su contenuti anticonsociativi e intercategoriali

  • l'avvio di un percorso comune di lotta, stabile nel tempo e organizzato unitariamente.

Come Slai Cobas ci impegniamo a diffondere a tutti coloro che hanno assicurato la partecipazione alla riunione nazionale di Roma i contributi preparatori che saranno inviati.

Alleghiamo a quest'appello una bozza di piattaforma (nella versione di un elenco di punti e senza la pretesa di essere riusciti a metterci tutto quello che occorre) da discutere alla riunione nazionale di Roma e da approvare in forma definitiva, con tutte le modifiche ritenute necessarie, in modo collettivo.

Invitiamo nuovamente a partecipare (e a comunicarcelo) tutti coloro che si oppongono alla concertazione e allo sfruttamento.

Per ogni questione relativa alla riunione nazionale di Roma fate riferimento all'indirizzo slaicobasmilano@libero.it

Slai Cobas
Sindacato dei Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale

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BOZZA DI PIATTAFORMA (PUNTI)

SALARIO

  • Criterio generale: a uguale lavoro uguale salario, a prescindere dalle forme di assunzione (con rivendicazione della fine delle diverse normative per l'anzianità, inquadramento, ecc. previste dai contratti a seconda dell'anzianità di assunzione)

  • Aumenti salariali egualitari e consistenti (dovremmo stabilire una richiesta)

  • Ripristino di un meccanismo di adeguamento automatico dei salari all'inflazione reale

  • Eliminazione delle varie forme di salari incentivanti, a premio, a obiettivi, a risultato, a discrezione aziendale, ecc. (da articolare a seconda dei contratti)

PRECARIETA'

  • Trasformazione in tempi certi di tutti i contratti di lavoro precario (progetto, apprendistato, a chiamata, inserimento, somministrazione, ecc....) in contratti a tempo indeterminato full o part time, a richiesta del lavoratore, sia nel pubblico, sia nel privato

  • Inquadramento dei lavoratori stabilizzati ai livelli previsti per la professionalità acquisita nel corso degli anni di lavoro precario

  • Parità salariale e normativa dei lavoratori delle ditte in appalto con quelli delle ditte appaltanti

  • Adeguamento dei contributi pensionistici per i lavoratori precari, con particolare riferimento al periodo di lavoro precario e con copertura per i periodi di non lavoro/disoccupazione a carico dello stato

  • Reintroduzione del divieto di intermediazione della manodopera e abolizione del lavoro interinale

  • Divieto di esternalizzazione e appalto nei servizi pubblici

  • Abrogazione della legge 30/2003 e del pacchetto Treu

  • Piena estensione dei diritti sindacali ai lavoratori precari

  • Andrà articolato un apposito riferimento alla questione delle cooperative, alla problematica del socio lavoratore e dell'estensione al loro interno dei diritti previsti per gli altri lavoratori (Legge 300, ecc.)

  • Ugualmente dovrebbe essere affrontata la questione dei lavoratori delle Fondazioni cui non si applica la Legge 300

DEMOCRAZIA NEI POSTI DI LAVORO

  • I diritti sindacali devono essere esigibili dai lavoratori e devono essere loro patrimonio e non delle sigle sindacali.

  • L'assemblea dei lavoratori, sia su temi aziendali, sia su temi nazionali, deve potere essere indetta oltreché da tutte le sigle sindacali presenti, dai singoli rappresentanti RSU e anche dagli stessi lavoratori, mediante una raccolta di firme (dovremmo stabilire una percentuale)

  • Alle RSU / RLS devono poter partecipare tutte le sigle sindacali, come pure liste fatte dai lavoratori stessi o da comitati di lavoratori

  • Alle RSU / RLS, come eleggibili e elettori, devono partecipare anche i lavoratori precari a vario titolo presenti in azienda.

  • Va abolito il 33% garantito nelle RSU

  • I delegati RSU / RLS devono essere revocabili prima della scadenza del loro mandato da parte dei lavoratori che li hanno eletti. (ad esempio con una raccolta di firme pari ai 2/3 degli elettori)

  • Albi sindacali, la possibilità di diffusione interna di comunicati, volantini, ecc. e l'utilizzo di sistemi di diffusione all'interno delle aziende (ad es. reti informatiche) devono poter essere utilizzati da tutti i sindacati e i comitati di lavoratori, se costituiti all'interno dell'azienda.

  • Le trattative nazionali devono essere condotte da rappresentanti designati dai lavoratori (un modo potrebbe essere quello di definire dei rappresentanti delle RSU alle trattative nazionali o elezione di rappresentanti nazionali per la propria azienda)

  • Ogni accordo e contratto (a qualunque livello) deve essere ratificato dai lavoratori. Nel caso di referendum lo scrutinio dei voti espressi deve essere effettuato da commissioni elettorali che vedano la possibilità di partecipazione sia di tutte le sigle sindacali, sia di comitati di lavoratori dove costituiti, sia di singoli lavoratori

  • Va abolito il criterio della maggior rappresentatività sulla base della sigla di accordi e contratti

ALTRI PUNTI
(punti che dovrebbero comunque essere articolati in una piattaforma rivendicativa, non per completezza astratta, ma per poter sostenere tutte le rivendicazioni)

  • la garanzia del salario per i disoccupati

  • la casa per tutti/e con affitti correlati ai salari (da definire una percentuale)

  • servizi sociali (scuola sanità e trasporti) pubblici e gratuiti per tutti;

  • il permesso di soggiorno per tutti, sganciato dal contratto di lavoro (in modo da levare l'abbassamento dei salari derivato dalla pressione esercitata dall'assenza di diritti per gli immigrati privi di permesso, che li costringe ad accettare salari infimi, contribuendo così alla riduzione di tutti i salari. (Collegata a questo punto sopra è la questione della chiusura dei CPT e dell’abrogazione delle leggi Bossi/Fini e Turco Napolitano.)

  • Questione della sicurezza nei posti di lavoro

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CONCLUSIONI DELLO SLAI COBAS ALL'ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 25 MARZO 2006 A NAPOLI
SU SALARIO, PRECARIETA', PENSIONI, DEMOCRAZIA NEI POSTI DI LAVORO E CONTRO LA REPRESSIONE PADRONALE

Il licenziamento politico degli 8 operai di Pomigliano da parte della Fiat e della TNT (rei di aver “capeggiato” la contestazione ai sindacati confederali e la solenne bocciatura in assemblea del contratto-bidone dei metalmeccanici) è non solo un tentativo di decapitare la struttura di fabbrica dello Slai Cobas di Pomigliano, ma soprattutto il tentativo del padronato (e dei consenzienti CGIL-CISL-UIL) di impedire con una illecita repressione da “regime” il rilancio e l’organizzazione della diffusa volontà dei lavoratori di opporsi alle politiche in atto di concertazione e precarizzazione dell’intero mondo del lavoro dipendente. Una pratica liberticida che non è della sola Fiat ma che si accentua di pari passo al progredire della crisi (e dell’autoritarismo delle politiche di guerra commerciale e guerreggiata) e dell’esigenza padronale di recuperare margini di profitto agendo sulla costante riduzione del costo di lavoro. Eventi che prospettano, nel prossimo futuro post elezioni politiche (indipendentemente dalla vittoria del centro-destra o del cosiddetto centro-sinistra) il rilancio della concertazione sindacale ed un rinnovato e devastante attacco alle condizioni lavorative e sociali. Questi licenziamenti sono stati solo gli ultimi atti di repressione padronale e statale: basta ricordare il licenziamento dei 5 lavoratori del Collettivo Precari Atesia di Roma o le misure restrittive nei confronti di lavoratori aderenti al Sindacato dei Lavoratori in Lotta di Napoli, o l’inasprimento delle normative antisciopero e la criminalizzazione dei lavoratori dell’ATM di Milano o quella degli aeroportuali, solo per fare alcuni esempi.

Per combattere i licenziamenti di rappresaglia politico-sindacale e i licenziamenti tout court, occorre andare oltre la solidarietà, e adoperarsi, collettivamente, per costruire organizzare e rilanciare insieme un forte movimento di massa e unitario, “di resistenza e controffensiva” nei posti di lavoro e nel territorio (come in questi giorni sta avvenendo in Francia) per contrastare le politiche antiproletarie che continuano ad indebolire e fiaccare i lavoratori in tutti i settori, condannandoli, insieme alle loro famiglie, al ricatto della precarietà a vita e la collocazione in fascia di povertà, a “sotto-diritti e sotto-salario”.

Un nuovo movimento di massa per rompere i confini delle specifiche categorie ed andare oltre la “resistenza” su temi ed obiettivi anticonsociativi ed intercategoriali sulle questioni fondamentali del recupero salariale adeguato ai bisogni reali (aumenti consistenti e egualitari, recupero automatico dell'inflazione reale, rivalutazione pensioni e servizi pubblici ecc.), e garanzia del reddito, lotta alla precarizzazione in atto del lavoro dipendente (con l’abrogazione del pacchetto Treu e della legge 30 e per la stabilizzazione dei lavoratori variamente "atipici"), e per la democrazia nei posti di lavoro (con conferimento di diritti sindacali forti ai lavoratori e da loro esigibili).

Un movimento di massa in cui tutti coloro che si oppongono alla concertazione e allo sfruttamento partecipino pienamente con pari diritti, senza prevaricazioni e rompendo le logiche di appartenenza che hanno spesso segnato le esperienze di resistenza e di organizzazione nel corso di questi anni che hanno tra l’altro contribuito a rendere difficoltosa una risposta di massa da parte dei lavoratori.

Partendo da queste considerazioni, comuni ai partecipanti all'assemblea, le proposte operative formulate dallo Slai Cobas nelle conclusioni sono:

  • adesione e invio di delegazioni da parte delle realtà partecipanti alla manifestazione romana di venerdì 31 marzo "Per l'unità delle lotte sociali e contro la precarietà", quale primo segnale di una condivisione degli obiettivi e di apertura di un percorso verso una mobilitazione comune e sempre più di massa.
    (La manifestazione è indetta da Collettivo Precari Atesia, Cobas Telecontact center, Lavoratrici/tori Cobas XCOS, Lavoratrici/tori autorganizzati ACI Informatica, Cobas Lavoro Privato – settore comunicazioni, Cobas Atesia, Assemblea coordinata e continuativa contro la precarietà, Coordinamento lavoratrici e lavoratori Roma Ovest, Comitato Precari Roma Est, COCITTOS - Coordinamento cittadino operatori sociali, CSOA “I PO’ “, Corrispondenze Metropolitane, e partirà da Piazza Barberini alle ore 17.00.)

  • stesura di una bozza di piattaforma sui punti discussi in assemblea: salario, precarietà e democrazia sindacale. Una piattaforma che, approvata dagli organismi che hanno partecipato all'assemblea e da quanti altri vorranno unirsi a questo percorso, sia usata quale strumento comune di intervento nei posti di lavoro e nel territorio e per promuovere una manifestazione nazionale entro maggio.

  • manifestazione nazionale entro maggio quale inizio di un percorso comune stabile tra tutte le realtà, finalizzato a coordinare tutte le forze sindacali e politiche che non accettano le politiche della concertazione.

  • utilizzo in tutte le località in cui si è presenti delle manifestazioni del 1° maggio per diffondere questa piattaforma e l'appuntamento della manifestazione nazionale.

La versione definitiva della piattaforma (la cui bozza sarà inviata a breve alle realtà partecipanti) e la data della manifestazione saranno definiti in una riunione che proponiamo di tenere a Roma o giovedì 13 aprile o giovedì 20 aprile.

L'assemblea nazionale riunita a Napoli il 25 marzo ha inoltre espresso piena solidarietà agli arrestati per i fatti di Milano dell'11 marzo 2006 e ne richiede l'immediata scarcerazione, al contempo non può che rilanciare l'allarme per il riorganizzarsi dell'estrema destra, da sempre al servizio del capitalismo e contro i lavoratori, che in questa fase usufruisce anche del sostegno derivato dalla partecipazione di suoi esponenti nelle liste elettorali del centro destra.

Slai Cobas
Sindacato dei Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale

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Partecipanti e solidarietà

Copromotori e compartecipi con lo Slai Cobas dell'assemblea nazionale del 25 Marzo 2006 a Napoli sono stati:
Alternativa sindacale - Melfi,
Assemblea Coordinata e Continuativa Contro la Precarietà - Roma,
Area Antagonista Campana,
Campo Antimperialista,
Centro documentazione Le radici e le ali - Aversa,
Centro Sociale Autogestito Vittoria - Milano,
Collettivo Internazionalista - Napoli,
Collettivo Precari Atesia - Roma,
Collettivo Corrispondenze Metropolitane - Roma,
Collettivo Prendiamo la parola - Comune di Milano,
Collettivo Red Link,
Collettivo redazionale di Teoria & Prassi,
Comitato Iraq libero,
Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC),
Confederazione Cobas,
Coordinamenti contro lo scippo del tfr e la precarietà,
Coordinamento Lavoratori Comunisti,
Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Roma Ovest (Claro),
Corsisti SLL - Ponticelli (NA),
Disoccupati e Precari RdB,
Federazione Regionale Campana dell'RdB/CUB,
FGCI Bergamo,
Laboratorio resistenza sulla guerra - Roma,
Laboratorio sociale la talpa,
l'Altra Lombardia SU LA TESTA,
Libreria Quarto Stato - Aversa,
Precari Asu e Puc Enti Locali della Sicilia,
Presidio di lotta contro l'inceneritore - Acerra,
Progetto Comunista (ROL),
Redazione di Roma Operai Contro-ASLO,
Redazione Legittima Difesa di Umbria e Toscana,
Sincobas Rsu Mirafiori Torino,
SLL - per il sindacato di classe – Napoli,
Unione Sindacale Italiana

al percorso per una mobilitazione unitaria, condivisa e permanente su salario, precarietà e democrazia nei posti di lavoro, giungono nuove adesioni:
Agonistikes Kinissis (Movimenti di lotta nelle università e nelle scuole tecniche di Grecia) - Grecia,
Area Programmatica PRC - Progetto Comunista,
Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli" - Sesto San Giovanni,
Centro Sociale coordinamento per i diritti sociali – Napoli,
Cobas Comune di Ercolano (Na),
Comitato di Lotta Internazionalista - Torino,
Comitato Lavoratori della Nuova Sinistra (Nar) - Grecia,
Coordinamento di lotta per il lavoro - Napoli,
Gruppo Comunista Rivoluzionario,
Il picchetto - foglio del triveneto per la resistenza dei lavoratori,
Pagine Marxiste,
Partito d’azione comunista - Napoli,
Proletari Comunisti

sostegno e solidarietà ai lavoratori licenziati di Napoli sono stati anche espressi da:
Associazione per la liberazione degli Operai (ASLO),
A.L. Cobas,
Centro Sociale Officina 99 – Napoli,
Cobas Scuola,
Comitato Immigrati in Italia - Roma,
Congresso Regionale della Federazione RdB/CUB Liguria,
CUB FLMUniti Somigliano,
CUB-SALLCA Napoli,
CUB Vicenza,
I lavoratori del Cobas-Ansaldo, Sesto San Giovanni,
Laboratorio Ska – Napoli,
L’assemblea dei lavoratori Italcementi di Vibo Marina,
Progetto Comunista - sinistra del PRC,
PMLI – Campania,
RdB/CUB Sanità – Pisa,
S.N.A.TE.R. Segreteria Regionale Campania,
Taxiki Poreia (Marcia della classe operaia) - Grecia,

Coordenação Nacional de Lutas - Brasile

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Allo SLAI COBAS

Cari compagni, care compagne,

Con l’avvio delle trattative per le cariche istituzionali e i ministeri il governo Prodi comincia a delinearsi nella sua natura antioperaia, nel contempo iniziano le danze della nuova stagione concertativa con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria.

L’affidamento del ministero dell’economia al banchiere Padoa Schioppa, l’annuncio di una prossima manovra finanziaria per l’inizio del rientro del debito e del deficit pubblico evidenziano come i primi passi del governo Prodi saranno improntati, come scritto nel programma dell’Unione, a una politica di “lacrime e sangue” a carico dei lavoratori e le masse popolari. Una politica finalizzata al rilancio del capitalismo italiano nei mercati internazionali.

Il PC-Rol ritiene che contro il governo Prodi e la borghesia è necessario costruire il più largo fronte unitario di lotta che abbracci, in una vertenza unificante, tutti i settori e i comparti del lavoro salariato e dei disoccupati, il sindacalismo di classe e i movimenti di questi anni. In questa prospettiva abbiamo elaborato una piattaforma di rivendicazioni immediate e transitorie.

La proposta di una manifestazione larga ed unitaria contro le prime misure finanziarie annunciate dal governo Prodi, per la difesa del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, contro le leggi precarizzanti, per la democrazia nei posti di lavoro ci trova concordi e partecipi.

Pertanto accogliamo favorevolmente l’invito rivoltoci e parteciperemo con una nostra delegazione all’assemblea di sabato 13 maggio a Roma.

27 aprile 2006

Saluti comunisti rivoluzionari,

p. il Comitato Centrale di Progetto Comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori,
Antonino Marceca

amr@progettocomunista.org

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CONTRO TUTTI I LICENZIAMENTI POLITICI
COSTRUIAMO UN PERCORSO DI UNIFICAZIONE DI TUTTE LE LOTTE

Da molti mesi una lunga striscia di licenziamenti politici attraversa l'Italia… Passata la "sbornia" della campagna elettorale, in tutta Italia i lavoratori devono tornare a confrontarsi con la dura realtà dei fatti.

Nelle ferrovie, nei cantieri e nelle telecomunicazioni, nel settore aereoportuale (vedi Milano-Malpensa), in Atesia, nella Fiat-Alfa di Pomigliano, in varie altre realtà, le aziende (anche quelle pubbliche) cercano di piegare la testa e spezzare la resistenza di quei settori di lavoratori che, "a macchia di leopardo" e fra mille difficoltà, reagiscono all'attacco portato avanti – dentro e fuori i singoli posti di lavoro – dal padronato e dai suoi governi.

Questa lunga serie di licenziamenti politici non è di certo un fulmine a ciel sereno. Nel momento in cui la Confindustria ha ottenuto dalla coalizione di centro-sinistra, la promessa di riduzione di 5 punti del costo del lavoro (quella di centro-destra ne prometteva 3), occorre che i lavoratori siano sotto controllo perché non cerchino di approfittare dei margini che si aprono per conquistare i recuperi salariali bloccati da oltre un decennio. L’ “alleanza dei produttori” deve funzionare nel senso che i lavoratori portato i voti, e le aziende avranno i soldi: quel che è ancora da decidere è su quali dei servizi i lavoratori dovranno pagare di più, per i pochi soldi che si troveranno in busta paga e/o quale possibile “tosatura” debbono fare sul “ceto medio”.

L’inasprirsi della repressione, gli attacchi ai lavoratori immigrati, i licenziamenti mirati, sono gli strumenti politici coi quali si cerca di spezzare, anche in chiave preventiva, ogni velleitaria possibilità di resistenza ai processi reali che intaccano le condizioni di lavoro e di vita dei proletari.

In questo quadro, non bisogna mai stancarsi di ripeterlo, il succedersi al governo delle coalizioni di centro-sinistra e di centro-destra hanno rappresentato (e non poteva essere diversamente) esclusivamente un'alternanza di blocchi sociali e uno scontro di interessi all'interno della borghesia, ma mai una reale alternativa, poiché, su tutte le questioni politiche fondamentali, entrambe le coalizioni rappresentano gli interessi, di classe e perciò generali, delle diverse frazioni borghesi del grande capitale.

E’ un fatto evidente ed emblematico che negli ultimi mesi di campagna elettorale anche le forze "di sinistra" della coalizione di opposizione abbiano eseguito una chiara inversione a destra, non solo sul piano dei contenuti politici, ma anche su quello del rapporto con le lotte sociali, chiudendo tutti gli spazi e togliendo a queste ogni minima sponda (sia pure solo apparente) e persino dismettendo i toni barricadieri (mai comunque seguiti dai fatti).

PRC, PDCI, sinistra DS e Verdi, fedeli alla linea politica che tende a far credere ai proletari che vi è la possibilità di condividere i propri interessi con quelli del grande capitale, hanno fatto proprie le esigenze della coalizione, sia con lo scopo di intercettare il voto dei "settori moderati", sia soprattutto per fare opera di “pompieraggio” tra i lavoratori in previsione del nuovo governo Prodi.

In questo contesto si deve leggere anche, per esempio, la questione dei licenziamenti di Pomigliano: la direzione nazionale della FIOM, sinistra sindacale sostanzialmente organica al centro-sinistra, ha aperto la strada a questi licenziamenti “denunciando” alla magistratura gli operai colpevoli di aver contestato il contratto. Ovviamente nessuna forza politica ha voluto rompere il muro di assoluto silenzio dietro cui i media hanno seppellito questa vicenda. In compenso il giorno prima dell’assemblea sui licenziamenti, promossa il 25 marzo a Napoli dallo SLAI Cobas, Bertinotti ha incontrato l’Unione Industriale della Campania.

Il susseguirsi dei licenziamenti ed il livello assolutamente insufficiente delle nostre risposte ci pone ancora una volta di fronte al più elementare e basilare dei problemi politici: ogni lotta, se isolata, e' destinata alla sconfitta, dunque bisogna trovare la strada per unificare in un unico fronte tutte queste lotte di resistenza. Bisogna saper fare un salto di qualità.

Non vogliamo certo preconfezionare ricette, né vogliamo cavarcela con le “classiche” formulette di rito. E’ un fatto però che da parte di alcuni di questi settori conflittuali (e ci riferiamo alla manifestazione romana per l’unità delle lotte sociali del 31 marzo e all’assemblea di Napoli del 25 marzo sui licenziamenti) si sono espresse delle spinte reali che vanno in direzione della costruzione di un percorso di ricomposizione delle lotte.

Riteniamo quindi utile associarci pubblicamente alla proposta fatta dallo SLAI nazionale e dai compagni licenziati di Pomigliano; bisogna arrivare, prima possibile, ad una assemblea nazionale in cui si discuta:

- la costruzione di passaggi condivisi e reali di un percorso di unificazione delle lotte, a partire dal problema della definizione di una piattaforma rivendicativa da promuovere sia nei luoghi di lavoro sia sul territorio;


- la costruzione di una risposta a tutti i licenziamenti politici unitaria ed efficace, che veda come uno dei primi passaggi quello di una manifestazione nazionale da tenersi il prima possibile e poi la costruzione di comitati unitari di lotta;

Una assemblea che riesca a vedere partecipi tutte le forze che si muovono concretamente su un piano anticoncertativo e di rilancio del conflitto di classe, superando le barriere e gli steccati delle reciproche appartenenze sul terreno di una forte rivendicazione salariale, per l’abolizione della legge 30, di opposizione a tutto ciò che favorisce la precarizzazione del lavoro , per una reale democrazia sindacale nei posti di lavoro, contro la repressione dei militanti sindacali e politici e per una reale autonomia di classe.

SOLIDARIETA’ CONCRETA E INCONDIZIONATA
A TUTTI I LICENZIATI POLITICI !

COSTRUIAMO UNA ASSEMBLEA NAZIONALE
PER INIZIARE UN PERCORSO DI UNIFICAZIONE DI TUTTE LE LOTTE !

GCR- Gruppo Comunista Rivoluzionario - lav_com@tin.it
Pagine Marxiste - redazione@paginemarxiste.it
Corrispondenze Metropolitane - cmetropolitane@yahoo.it
Comitato di Lotta Internazionalista – Torino - francescolt@libero.it

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LA CRISI LA PAGHINO I CAPITALISTI ED I RICCHI!
FRONTE UNICO DI CLASSE!

Un lavoro regolare per tutti
La disoccupazione ed il precariato non sono causati dalla classe operaia. E’ il sistema capitalista che li produce costantemente e li utilizza come mezzo di pressione sui salari, per peggiorare le condizioni di lavoro, ecc. Per questo dobbiamo lottare per applicare tutte le misure necessarie alla difesa del posto di lavoro, respingendo con forza i licenziamenti, la cassa integrazione, le sospensioni, le esternalizzazioni, le privatizzazioni.
Elemento centrale di questa battaglia è la lotta al precariato ed alla sottoccupazione che colpisce oggi milioni di giovani proletari. Dobbiamo rivendicare la trasformazione di tutti i contratti precari ed irregolari in rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato; la soppressione di appalti e subappalti, di apprendistato, stage, lavoro a progetti, a chiamata, a domicilio, ecc.. L’abolizione del Pacchetto Treu e della Legge Biagi sono un obiettivo prioritario in questo senso.
La disoccupazione ed il precariato non devono essere usati per ricattare i lavoratori occupati e ridurre le loro paghe. Le istituzioni devono cessare di finanziarie le imprese quando licenziano e devono applicare alle imprese ed agli enti che controllano il divieto di licenziare. Inoltre, visto che lo stato borghese non riesce ad assicurare il diritto al lavoro, deve essere introdotto il reddito sociale ai disoccupati, in modo tale da garantire a tutti i proletari una esistenza dignitosa e stroncare i tentativi di divisione degli operai.

Forte aumento dei salari a spese dei profitti
La tendenza del sistema capitalista ad abbassare il livello medio dei salari si è espressa con forza negli ultimi anni. I prezzi delle merci sono saliti alle stelle ma le retribuzioni – nonostante l’aumento della produttività del lavoro – hanno perso costantemente potere di acquisto. Anche tirando la cinghia le masse lavoratrici non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e si impoveriscono sempre più.
Uomini, donne e giovani che hanno un lavoro, o che lo stanno cercando, devono avere un reddito che permetta loro di vivere decentemente. Dobbiamo perciò lottare uniti per ottenere significativi aumenti salariali uguali per tutti, basandoci sulle nostre reali esigenze e non sulle trappole delle “compatibilità economiche” o dei tetti di inflazione. Sono i profitti e le rendite parassitarie a dover essere sacrificati, non le nostre buste paga.
Allo stesso tempo il ripristino della scala mobile per salari e pensioni – per difenderci dall’inflazione – e l’introduzione di un salario minimo garantito e rivalutato al 100% per tutto il proletariato, la detassazione del lavoro salariato e l’introduzione dell’imposta fortemente progressiva sui redditi, sono rivendicazioni che vanno sostenute con la lotta generale di tutte le categorie.

Limitazione della giornata lavorativa senza alcuna contropartita
La lotta per la riduzione della giornata lavorativa rappresenta nelle mani della classe operaia l'arma con cui combattere, entro il quadro del regime capitalista, l’oppressione crescente generata dall'aumento della produttività e dell'intensità del lavoro e porre così un argine alla rovina della vita e della salute degli operai.
Mentre le centrali riformiste hanno abbandonato questo storico obiettivo, i capitalisti, utilizzando il ricatto occupazionale e le “delocalizzazioni”, stanno conducendo un’offensiva per costringere gli operai ad allungare l’orario a parità di salario. In tal modo essi accrescono il plusvalore assoluto e rialzano il saggio di profitto a spese del proletariato.
Nel capitalismo il progresso tecnologico non porta all’aumento del tempo libero, ma ad una maggiore schiavitù. E’ quindi necessario respingere i piani padronali e rilanciare la battaglia per la riduzione effettiva dell’orario di lavoro, limitando per legge la settimana lavorativa a 35 h. ed introducendo il riposo ininterrotto di almeno 48 h, come primo passo per raggiungere l’obiettivo delle 30 h. Questo senza aumento della flessibilità (annualizzazione, banca delle ore, ecc.), senza decurtazioni salariali o delle ferie, senza indennizzi ai padroni, ma con l’aumento degli organici e la proibizione degli straordinari. Sono altresì da rifiutare l’introduzione di turni notturni e festivi in tutti i rami produttivi (con la sola eccezione di quelli in cui sono indispensabili per ragioni tecniche) e di ogni altra forma che comporti l’aumento dello sfruttamento.

Riduzione dei ritmi e dei carichi di lavoro, aumento delle pause
Negli ultimi anni, con il pretesto dell’innovazione tecnologica e dell’automazione, le condizioni di lavoro degli operai sono peggiorate e l’inasprimento dello sfruttamento è stato eretto a sistema. Sono state introdotte nuove metriche (ad es. il famigerato TMC2), i ritmi di produzione sono divenuti infernali, i carichi di lavoro e le mansioni raddoppiati, le pause compresse o abolite.
L’intensificazione del lavoro operaio serve ai capitalisti per spremere più plusvalore relativo; di conseguenza lo sfruttamento della forza-lavoro ha subito un’impennata. I padroni hanno realizzato ciò, rendendo le fabbriche delle caserme in cui fioccano multe, sospensioni e licenziamenti per chi si ribella o per chi non ce la fa, mettendo in concorrenza gli operai l’uno con l’altro “per stare sul mercato”. E invece delle promesse di aumenti di paghe ed assunzioni, è diminuito insieme al salario anche il numero degli operai occupati.
La lotta a fondo per difendere il lavoro dalla voracità del capitale è un elemento centrale della ripresa operaia. Essa non può essere affidata a commissioni miste padroni-sindacato, ma deve essere gestita direttamente dagli operai, uscendo dalla ristrettezza dei singoli reparti o fabbriche.
Per questo è importante che la resistenza proletaria si sviluppi ponendo delle barriere precise alle cadenze, delimitando l’intensità del lavoro, diminuendo i carichi di lavoro, ricontrattando le pause per prolungarle, opponendosi alle varie forme di cottimo e collegando strettamente questi obiettivi alle questioni degli organici, dell’orario, degli aumenti salariali e della lotta contro la nocività nei posti di lavoro.

Stessi diritti economici, politici e sociali per le masse lavoratrici
Per favorire l’introduzione di misure volte a aumentare lo sfruttamento e subordinarci sempre più agli interessi del “libero mercato”, il sistema capitalista crea senza soste un esercito di lavoratori sottopagati, discriminati e senza diritti, escogita e mantiene divisioni fittizie, moltiplica categorie e livelli artificiosi, punta a distruggere i contratti nazionali di lavoro ed a ripristinare le gabbie salariali.
I capitalisti ed i loro governi, in nome della “competitività” ci vogliono spezzettare, renderci più deboli e ricattabili. Lo fanno sopprimendo gli elementi di unità materiale della classe e mettendo in discussione le garanzie dei lavoratori. Senza parlare dei pregiudizi sociali, nazionali, etnici, di genere, culturali e politici che la classe dominante alimenta continuamente per contrapporre gli sfruttati fra loro.
L’eliminazione di tutti quegli strumenti che la borghesia ha diffuso per dividere gli operai e trarre profitti maggiori, e l’introduzione della parità normativa, salariale, ecc. fra tutti i lavoratori, devono essere messi al centro di ogni piattaforma.
Dobbiamo mettere fine alle discriminazioni ed alle divisioni esistenti fra uomini e donne, lavoratori stabili e precari, giovani ed anziani, italiani e stranieri; estendere i diritti ai lavoratori indipendentemente dal tipo di contratto e dalle dimensioni aziendali; rivendicare la parificazione salariale, la pienezza e l’uguaglianza dei diritti politici, sindacali e sociali: un’uguaglianza verso l’alto.
La cancellazione della legge Bossi-Fini, la chiusura dei CPT e la regolarizzazione di tutti i lavoratori immigrati fanno parte integrante delle rivendicazioni di classe.

Lotta alla nocività del lavoro salariato
Un’inevitabile conseguenza del peggioramento delle condizioni dei lavoratori è l’incremento degli infortuni sul lavoro e il dilagare delle malattie professionali. Non passa giorno che i proletari non muoiano nelle officine, nei cantieri, sulle strade per colpa di padroni e padroncini che per salvaguardare i profitti risparmiamo su mezzi e misure di protezione, oppure a causa della stanchezza, dell’assenza di prevenzione, ecc.
Gli operai non vogliono morire o ammalarsi per salvaguardare il profitto dei padroni. E’ gravissima l’assenza dalle piattaforme di quelle rivendicazioni che la classe operaia ha maturato nella sua dura lotta contro questo aspetto dello sfruttamento capitalistico. La sola elezione degli RLS, le procedure burocratiche introdotte dalle leggi e l’assunzione degli ispettori del lavoro non bastano a salvaguardare la salute operaia. Di fatto i capitalisti sono liberi di adottare, o meno, la sicurezza in azienda a secondo delle convenienze e pagano raramente ed in maniera irrisoria per i crimini che compiono. Con l’adozione del nuovo “testo unico” delle leggi sulla sicurezza sul lavoro l’impunità diverrà regola.
La medicina preventiva e il controllo sull’applicazione delle leggi in materia, l’ispezione di fabbrica sulle condizioni lavorative e la salute degli operai cominciano ad essere effettive quando sono gli operai a lottare in prima persona e duramente contro la nocività. E’ necessario imporre nell’ambito delle lotte dirette e di massa obiettivi che realizzino il diritto alla salute ed alla sicurezza del lavoro, il rifiuto delle lavorazioni pericolose, l’adozione di severe misure punitive contro i padroni che non rispettano le norme e che sono i responsabili degli omicidi “bianchi”.

Sanità, istruzione, trasporti e pensioni sono diritti sociali dei lavoratori
Nei decenni scorsi la classe operaia, grazie alle sue lotte ed ai suoi sacrifici, ha contribuito a creare un sistema di protezione sociale, sanitario ed educativo basato su principi solidaristici.
Lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi, l’allungamento dell’età lavorativa e la distruzione del sistema previdenziale pubblico sono stati il ritornello di tutti i governi borghesi degli ultimi anni. Oggi questo attacco ai diritti viene rafforzato con le politiche imposte dall’U.E. (v. direttiva Bolkestein). Tutto questo mentre le spese militari – che portano miseria, povertà e morte agli operai ed ai popoli oppressi del mondo – e le altre spese parassitarie e antisociali hanno visto un costante aumento.
Il sistema di protezione sociale si è fin troppo deteriorato e con il federalismo rischia di collassare. La sanità, l’educazione, i trasporti, non devono essere merci il cui costo grava sulle spalle delle famiglie proletarie. Sono invece diritti che devono rispondere a standard quantitativi e qualitativi ed essere garantiti gratuitamente alla classe che crea l’intera ricchezza sociale.
Gli operai inoltre, dopo aver subito condizioni lavorative sempre più pesanti, aspirano ad andare in pensione prima di essere completamente sfiniti e con un trattamento dignitoso. Con l’esplosione della precarietà gli anni di contribuzione non potranno essere l’unico punto di riferimento per il calcolo, altrimenti si farà la fame. Come hanno espresso con forza le manifestazioni che si sono succedute negli ultimi tempi le rivendicazioni del diritto di andare in pensione senza tagli dopo 35 anni di lavoro, dell’abbassamento a 60 anni come età pensionabile e dell’80% dell’ultima retribuzione come livello minimo della pensione sono rivendicazioni basilari e da esigere. Mentre diciamo NO all’allungamento della vita lavorativa, dobbiamo anche rifiutare la trappola dei fondi pensioni integrativi e lo scippo del TFR.

Nessuna limitazione del diritto di sciopero, di assemblea, di organizzazione
Per accentuare lo sfruttamento e realizzare la loro politica antioperaia i gruppi monopolistici devono creare uno stato di fatto che renda difficile alle masse lavoratrici la lotta per le proprie esigenze. I governi agevolano e sostengono tale obiettivo, varano a ripetizione leggi e misure con cui si esprime la volontà della borghesia di rinsaldare il suo dominio di classe ed impedire l’azione comune degli operai organizzati.
L’attacco all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, con il quale si vuole mettere fuori gioco i sindacati, in quanto associazioni in cui i lavoratori si organizzano e lottano, è solo un esempio recente di questa politica, momentaneamente respinto grazie alla protesta della massa operaia.
La classe operaia deve difendere palmo a palmo i diritti conquistati con decenni di dure lotte. Agli operai occorre poter lottare apertamente contro la classe dei capitalisti. Perciò è necessario mantenere ed estendere gli spazi di democrazia reale, la libertà di riunirsi liberamente, di discutere, di organizzarsi, di scioperare. Questi diritti irrinunciabili vanno preservati sia dagli attacchi dei padroni e dello stato, sia dagli attacchi dei vertici sindacali a loro asserviti. A quest’ultimo riguardo va ribadito – mettendolo in pratica - il diritto degli operai di votare su piattaforme ed accordi che li riguardano, di scegliersi liberamente e revocare i propri rappresentanti, esigendo che i negoziati si sviluppino sotto il controllo di commissioni operaie e con l’espresso vincolo di non firmare nulla senza consultare la base operaia.

No alla trasformazione reazionaria dello stato e della società
La politica seguita dalle classi dominanti capitalistiche per mantenere il loro potere ed i loro privilegi e continuare a piegare le masse lavoratrici è oggi caratterizzata dal tentativo di costruzione di un regime autoritario, anticamera del fascismo. La controriforma della Costituzione, la creazione di una repubblica presidenziale, lo svuotamento del parlamento, la devolution, l’ulteriore restringimento dei diritti politici, sociali e civili – utilizzando il pretesto della “guerra al terrorismo” - sono altrettanti aspetti di una svolta reazionaria ed eversiva che punta a sopprimere tutte le conquiste e le libertà strappate dalla classe operaia con decenni di lotte accanite.
In tale contesto, mentre la borghesia e gli organi dello stato si auto-assolvono per qualsiasi tipo di reato, mentre le provocazioni fasciste e razziste proseguono impunite, l’intero arsenale poliziesco e giudiziario viene rafforzato e utilizzato per criminalizzare e colpire la lotta di classe.
E’ compito della classe operaia spezzare e sconfiggere il piano reazionario voluto dal grande capitale. Allo stesso tempo occorre battersi per l’abrogazione del codice penale fascista (in primo luogo l’art. 270 del codice Rocco) e della legislazione repressiva approvata con il pretesto del “terrorismo” per colpire il movimento operaio e restringere i diritti e le libertà conquistate dalle masse.
Per sbarrare il passo ai padroni è necessario condurre una lotta ampia e risoluta in difesa delle conquiste e delle libertà democratiche dei lavoratori, senza però cullarsi nelle illusioni parlamentari né limitandosi alla difesa della democrazia borghese, ma affermando la necessità di una alternativa rivoluzionaria.

Ritiro immediato delle truppe all’estero, fuori dalla NATO e dalla UE
L’imperialismo italiano gioca un ruolo di primo piano nella guerra imperialista “permanente”. La borghesia cerca in questo modo, legandosi al carro USA, di superare la sua crisi e la sfrenata concorrenza internazionale, ritagliandosi un posticino al sole.
Questa politica brigantesca si traduce per le masse popolari nei tagli ai servizi sociali (mentre crescono le spese belliche), nella militarizzazione dell’intera società, nella strisciante liquidazione dei diritti democratici di associazione, di manifestazione, di informazione, negli attacchi contro i lavoratori immigrati.
La lotta contro le aggressioni imperialiste e contro la preparazione di una nuova carneficina mondiale scatenata dai predoni capitalisti appartiene alla classe operaia. Essa deve indirizzarsi anzitutto contro i governi borghesi del proprio paese, reclamando il ritiro immediato delle truppe inviate all’estero, lo smantellamento delle basi militari USA, l’uscita dalle alleanze belliciste ed imperialiste come la NATO e l’U.E., per estromettere dal potere i fomentatori delle guerre. Questa lotta in difesa della pace deve necessariamente coniugarsi con la solidarietà e la difesa del diritto alla resistenza dei popoli che subiscono le aggressioni imperialiste, l’occupazione neocoloniale ed il saccheggio dei loro paesi.

Collettivo redazionale di Teoria & Prassi
teoriaeprassi@yahoo.it

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Manifestazione

Domenica 14 Maggio '06, ore 17.00
Roma, Piazza Repubblica
PER I DIRITTI DEGLI IMMIGRATI

Da circa venti anni i lavoratori immigrati sono diventati ormai un parte consistente della forza lavoro italiana. Le grandi aziende, l'economia in
generale non ne possono fare a meno, perche' i bassi salari e i diritti zero gli consentono, sulla pelle degli immigrati, di essere ulteriormente
competitivi sul mercato mondiale. Inoltre vengono utilizzati come arma di ricatto contro i lavoratori italiani per contrapporli e schiacciare sempre
di piu' le condizioni di vita di entrambi.
Questi governi piacerebbe che essi continuassero a vivere, lavorare, pagare le tasse, stando a testa china; ma proprio per reagire a questo continuo sfruttamento, alla continua repressione politica e sociale, i lavoratori immigrati non hanno mai smesso in questi anni di organizzarsi e lottare per i diritti di tutti.
Il 14 maggio ore 17.00, p.zza Repubblica, scendiamo nuovamente in lotta contro la legge Bossi-Fini, legge Biagi e riforma Moratti, per chiedere:

  • nuova sanatoria per tutti

  • rinnovo del permesso di soggiorno per 4 anni

  • diritto di cittadinanza per i nati in Italia

  • ricongiungimento familiare per i figli adulti

  • riesame dei 95000 P. Soggiorno rigettati

  • abolizione del pacchetto Pisanu

Inoltre noi lavoratori immigrati diamo il nostro sostegno e solidarietà ai lavoratori licenziati di Napoli che il 13 maggio, ore 9 del mattino hanno indetto un'assemblea alla Casa dei Diritti Negati a via G.Giolitti- 212, Roma (Porta Maggiore).

Comitato Immigrati in Italia
Sede Via Nino Bixio 12 Roma
Tel: 0644703827, Fax: 0697840049
e-mail: stayforall@yahoo.it, dhuumcatu@hotmail.com

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SABATO 13 MAGGIO ASSEMBLEA NAZIONALE A ROMA
SU SALARIO, PRECARIATO, DEMOCRAZIA NEI POSTI DI LAVORO
E CONTRO LA REPRESSIONE E I LICENZIAMENTI

Il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro è la realtà quotidiana per milioni di lavoratori che cominciano però a ribellarsi a questa situazione.

In Francia, a Milano, a Roma, a Palermo, a Pomigliano d'Arco, solo per fare alcuni esempi, le iniziative di lotta sono altrettanti ed importanti segnali rappresentativi di una diffusa volontà di resistenza e controffensiva che si va affermando.

Queste lotte, sia pur importanti, rischiano di ripiegare su se in mancanza dei necessari e reciproci collegamenti, di una rete nazionale organizzata, di obiettivi e momenti unitari di lotta che ne favoriscano la generalizzazione e la durata. Bisogna fare un salto di qualità per contrastare le politiche antiproletarie del governo di centrosinistra che sono in continuità sostanziale col governo di centrodestra che continueranno a indebolire e fiaccare i lavoratori condannandoli al ricatto della precarietà e ad un orizzonte fatto di sotto-salario e sotto-diritti legato ai processi sempre più estesi di privatizzazione: una vera e propria guerra contro i lavoratori e le masse popolari. A questa guerra non dichiarata si aggiunge il vero e proprio conflitto militare contro i proletari e le masse oppresse dall'imperialismo.

L'Assemblea Nazionale di Roma del 13 maggio che si terrà alle ore 9.00 presso la “Casa dei Diritti Negati” in via Giolitti n. 212 (nei pressi della Stazione Termini) vuole aprire un confronto per contrapporsi a tutto questo e gettare le basi per la ricostruzione “dal basso” di un reale movimento di massa e di classe che rompa i confini della singole categorie e vada oltre le lotte di “resistenza”. Un movimento su temi ed obiettivi anticonsociativi ed intercategoriali che, facendo leva sulle situazioni concrete di lotta oggi in corso, sappia intervenire ed aggregare i lavoratori ed i settori sociali che ai lavoratori fanno riferimento sulle questioni fondamentali:

  • salari adeguati ai bisogni reali (aumenti consistenti ed egualitari, recupero automatico dell'inflazione reale, rivalutazione delle pensioni ecc.) e garanzia del salario

  • lotta alla precarizzazione (abrogazione del pacchetto Treu e della Legge 30 e stabilizzazione dei lavoratori atipici)

  • abrogazione del monopolio della rappresentanza conferito a Cgil-Cisl-Uil dalle controparti padronali per una reale democrazia sindacale nei luoghi di lavoro

  • contro i licenziamenti, la repressione e la criminalizzazione del conflitto sociale

  • ritiro delle truppe da tutti gli scenari di guerra.

Invitiamo a partecipare tutti gli organismi sindacali, politici e territoriali, alle realtà di lotta e a tutti coloro che si oppongono alle politiche concertative ed allo sfruttamento

Centro documentazione Le radici e le ali – Aversa, Collettivo Red Link, Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC), Coordinamento Lavoratori

Comunisti, Area Programmatica PRC - Progetto Comunista S.L.L. - Ponticelli (NA), Federazione Regionale Campana dell'RdB/CUB, Libreria Quarto Stato - Aversa, Progetto Comunista (ROL), Partito d'azione comunista – Napoli, SLAI-Cobas Coordinamento provinciale di Napoli.

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CONTRIBUTO ALL’APPELLO LANCIATO DALLO SLAI COBAS
PER LA RIUNIONE NAZIONALE SU SALARIO, PRECARIATO, DEMOCRAZIA NEI POSTI DI LAVORO
(sabato 13 maggio 2006 – Roma)

Care compagne, cari compagni

la necessità di assumere una posizione chiara, inequivoca e non opportunistica sulla questione sociale relativa alla reale rappresentanza sindacale, diretta, autonoma e di classe, di operai e lavoratori, è ormai indifferibile. La costruzione di un ampio fronte sociale antagonista, di massa e di classe, passa per la soluzione di questa questione. Il nodo strategico per i comunisti è oggi come colmare questo vuoto.

Negli ultimi decenni i lavoratori hanno subito pesanti sconfitte, subendo un arretramento più o meno progressivo delle loro condizioni di vita e di lavoro, sì come definito da anni di politiche classiste, antipopolari e antioperaie articolate e promosse, trasversalmente, da Centrosinistra e Centrodestra, poli dell’alternanza borghese di governo. La controriforma del mercato del lavoro, già avviata durante il governo Prodi con l'approvazione del pacchetto Treu, fu assecondata ed eretta poi a sistema delle relazioni tra le parti, dal governo D'Alema che si spinse, con la proposta di sanzionare gli scioperi del pubblico impiego e con il nuovo patto sociale, a creare un clima di repressione di tutte le residue resistenze nei luoghi della produzione e dei servizi. Con le operazioni avviate dal Centrosinistra di governo quanto a maggiori privatizzazioni degli enti ancora pubblici e liberalizzazione complessiva dei settori strategici dell’economia del Paese, smantellamento dello Stato sociale e tentativo di cancellazione dello Statuto dei Lavoratori, il secondo governo Berlusconi ha potuto far passare facilmente il Libro Bianco sul lavoro ed il Patto per l'Italia (Legge 30): il lavoratore, l’operaio, costretto all’ordine di esigenze proprietarie e di profitto a lui estranee poiché proprie a classi dominanti e del mercato, dev’esser disponibile ad una totale precarietà e flessibilità, a costo quasi zero per l'azienda, senza tutela e sicurezza, senza diritti sul luogo di lavoro. Sottoposto a regime di supersfruttamento.

A completare il quadro risulta la strategia consociativa dei vertici del sindacalismo collaborazionista che, attento più agli interessi complessivi dell’azienda che a quelli della classe, ha sguarnito completamente il fronte di tenuta storica del movimento operaio, anche rispetto al semplice terreno della contrattazione.
Questa la ‘sìddetta modernizzazione del mercato del lavoro. Questo il segno vero di un capitalismo che non può essere “corretto” né può avere volto umano…

Eppure il risultato relativamente positivo della Cgil e del sindacalismo extraconfederale di sinistra nei recenti rinnovi delle Rsu nel pubblico impiego e nelle grandi aziende metalmeccaniche, è il segno che i lavoratori non hanno imboccato ancora il sentiero della rassegnazione e dell'integrazione ma non ha risolto – né può farlo in sé – il problema politico dell’assenza di tensione e di un progetto anticapitalistico, apertamente rivoluzionario, capace di ridare entusiasmo e fiducia alle classi lavoratrici.

La classe operaia può oggi reagire alla stretta del padronato in accordo con le burocrazie sindacali, solo nel “disgelo” di una rinnovata e già recuperata potenzialità conflittuale, fuori e contro gli interessi di azienda e proprietà e con la convinzione dell’urgenza di una rifondazione sindacale, di classe e rivoluzionaria, quale coordinamento compattato tra gli elementi più coscienti ed avanzati espressi dalla classe. Al fine di promuovere ed estendere il coefficiente di durata ed intensità delle lotte di settore in una più generale vertenza unificante del Lavoro. E passare così da un terreno di mera resistenza – purtroppo progressivamente eroso dall’assedio permanente delle forze del Capitale – a quello di controffensiva e avanzamento.

Siamo ben consapevoli che il percorso non sarà ne facile né immediato. Il Centrosinistra di nuovo al Governo del Paese in qualità di braccio politico di una “variante illuminata” di Confindustria come quella propria a Montezemolo e che, pertanto, non potrà non lavorare alla “calmierazione” delle lotte nel quadro delle compatibilità istituzionali a salvaguardia degli interessi dominanti, dovrà, dall’altro lato, imporre anche ulteriori “lacrime e sangue”, “tagli e sacrifici” per i lavoratori salariati e dipendenti. La modificata natura di classe delle forze egemoni nella coalizione di governo nonché i modificati blocchi sociali di riferimento determineranno una situazione per cui un governo definito “permeabile alle lotte” altro non farà che lavorare, sul fronte del Lavoro, alla detonazione del potenziale esplosivo dei conflitti sociali, utilizzando i sindacati concertativi come sorta di “cinghia di trasmissione all’incontrario” in funzione pacificatrice, nell’ordine più generale dello storico collaborazionismo interclassista.

Settori consistenti di lavoratori hanno tentato ripetutamente di contrastare la politica confederale. Ma hanno dovuto scontrarsi prima ancora che con i padroni, proprio con le burocrazie sindacali. La stessa Cgil è stata a lungo a metà strada tra antagonismo e subalternità, senza autonomia dallo stato e dalla logica d'impresa.

S'impone oggi con evidenza e urgenza, con possibilità oggettiva, il nodo della ricostruzione di un autentico sindacalismo di base e classe Di un soggetto di massa che sia totalmente autonomo non solo dai partiti, ma anche dalle istituzioni statali e dal quadro delle compatibilità capitalistiche. Che giochi, quindi, questa sua autonomia nella difesa delle condizioni materiali di vita e di lavoro del proletariato, espandendone poteri e diritti in nome di un’alternativa di Sistema e di Potere.
Nel sindacato confederale e in quello extraconfederale esistono pezzi importanti della cultura e della pratica antagonista: un patrimonio di esperienze e di storia, un portato di lotte e di conquiste che non si può mantenere frammentato; esso va unificato attraverso un processo di riaggregazione, base fondamentale della ricostruzione di un sindacalismo di massa teso ad interpretare, coordinare e dirigere una reale opposizione di classe, nel quadro della più generale opposizione sociale, alle politiche fintoriformatrici dei governi solidali e complici con le forze del Capitale.

Una riaggregazione che ha bisogno di momenti significativi di scomposizione e ricomposizione dei soggetti esistenti, che ha bisogno soprattutto dell'intervento attivo dei settori più combattivi del proletariato e del lavoro dipendente, quelli che costituiscono l'ossatura delle lotte e delle manifestazioni, soli legittimi rappresentanti dei lavoratori.
Ci rendiamo conto della complessità della situazione. Siamo consapevoli che ricostruire un sindacato di classe, non è decidere la nascita di una sigla nuova o sommare alcune di quelle esistenti, ma è un processo politico. Ci rendiamo anche conto dei problemi sia teorici che pratici che devono essere affrontati e risolti.

Purtroppo, ad oggi, quei settori seppur di avanguardia interni ed esterni al sindacalismo confederale non riescono, proprio per le diverse stratificazioni e vicende storiche di cui sono il prodotto, ad unificarsi, né a fare egemonia. E’ qui che è indispensabile il ruolo e la proposta pratica dei comunisti. Abbiamo la necessità di unificare la volontà dei comunisti secondo una linea comune e riteniamo che i luoghi dove realizzare e verificare tale processo siano le conferenze permanenti delle lavoratrici e dei lavoratori, nelle diverse dimensioni territoriali, Esse vanno dunque immediatamente realizzate e fatte funzionare a ché i comunisti diventino punto di riferimento, avanguardie e rappresentanti dei lavoratori e degli operai in tutti i luoghi di lavoro, lavorando alla radicalizzazione delle lotte, delle rivendicazioni e del conflitto di classe proprio a partire dall’elaborazione di una comune strategia di intervento e mobilitazione permanente articolata intorno ad una piattaforma unificante e condivisa, da far vivere in e da quel conflitto.

La riaffermazione della centralità strategica della classe operaia e lavoratrice quale soggetto primario dell’attuazione rivoluzionaria della transizione al Socialismo richiede, dunque, l’elaborazione di un programma incardinato su rivendicazioni che presuppongono la realizzazione di elementi, sia pur parziali, di socialismo, della pratica del controllo operaio e popolare e della democrazia diretta, proprio a partire dai luoghi di lavoro.
Riteniamo che una piattaforma che risponda a queste esigenze non possa che fondarsi sui seguenti obiettivi transitori:

  • Estensione dello statuto dei lavoratori a tutti i lavoratori (anche alle imprese con meno di 16 dipendenti)

  • Soppressione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione e di tutte le leggi pregresse (es. la Turco-Napolitano del 1998)

  • Ripristino della “scala mobile” (indicizzazione dei salari in base all’inflazione reale)

  • Riduzione a 35 ore dell’orario di lavoro settimanale, senza contropartite fiscali e di flessibilità, con forti aumenti salariali e senza annualizzazioni.

  • Abolizione per legge dello straordinario.

  • Stabilizzazione, inquadramento professionale e assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori precari a partire dagli enti pubblici ed enti locali

  • Abolizione della famigerata legge 30, del “Pacchetto Treu” e di tutte le leggi precarizzanti per la ripresa di una politica per l’occupazione a partire dal Mezzogiorno.

  • Salario garantito a tutti i disoccupati equiparato alla Cassa Integrazione Guadagni (CIGS)

  • Abrogazione delle riforme Moratti di scuola e università e di tutte le precedenti riforme aziendalistiche (es. Berlinguer, Zecchino, ecc)

  • Nazionalizzazione senza indennizzo e consegna nelle mani dei lavoratori di tutte quelle imprese che evadono, inquinano, corrompono, licenziano

  • Ritiro dell’Italia dalla NATO, ritiro delle truppe italiane da tutte le missioni militari imperialiste, tagli drastici alle spese militari e riconversione delle stesse in capitoli di spesa sociale.

Ribadiamo con forza la nostra convinzione: la correttezza della proposta politica si verifica nelle battaglie rivendicative e nella lotta di classe che saremo in grado di mettere in campo con l’azione di quadri militanti attivi nelle alleanze sociali realizzate.

Potere a chi lavora.
Per il Comunismo.

Napoli lì 4 maggio 2006

Le compagne ed i compagni dell’Area Programmatica
Progetto Comunista

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COMUNICATO PER L’ASSEMBLEA DI 13 MAGGIO DI ROMA

Cari compagni

I “Movimenti di Lotta” per tutto quest’anno abbiamo cercato nelle università di contrastare la politica di destra e di centro sinistra contro la valutazione delle scuole dallo stato e dalle multinazionali, la privatizzazione, le rate, le bocciature di massa agli esami. Ci siamo trovati nelle piazze coi portuali, coi laboratory ai rifiuti, abbiamo manifestato coi sindacati contro il nuovo contratto che prevede aumenti salariali di soli 0,77 € al mese per 2 anni.

E’ nostro dovere dunque mostrare la nostra solidarietà alla lotta giusta che fanno gli operai d’Italia nelle fabbriche e nell’industria per un obbiettivo comune; l’abolizione del lavoro precario e della flessibilità come concetto e come legge che colpisce anche la gioventù greca.

Francia ci ha dimostrato che solo in base dei comuni obbiettivi e della lotta continua possiamo bloccare l’attacco del padronato sui nostri diritti. Cioè studiare e lavorare in modo umano.

  • CONTRO LA POLITICA DEI LICENZIAMENTI E DELLA DISOCCUPAZIONE

  • SOLIDARIETA' COI COMPAGNI LICENZIATI DELLO SLAI-Cobas E DI TUTTI I LICENZIATI POLITICI

  • IL TERRORISMO DI STATO NON PASSA, LA LOTTA POPOLARE LO DISTRUGGERA'

  • COSTRUIAMO UN MOVIMENTO ANTAGONISTA STUDENTESCO AL FIANCO DEI LAVORATORI E DEI POPOLI CONTRO L’IMPERIALISMO

  • ORA E SEMPRE RESISTENZA

“AGONISTIKES KINISSIS”

MOVIMENTI DI LOTTA NELLE UNIVERSITA' E NELLE SCUOLE TECNICHE DI GRECIA

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Per gli SLAI COBAS

Atene, 9 Maggio 2006

Compagni e compagne,

Espressamos nostra assistenzia ai lavoratori licenziati della FIAT ALFA ROMEO di Pomigliano d’ Arco e manifestiamo nostra solidarieta’ a vostra lotta di diffendere i diritti dei lavoratori.
I problemi sono communi. Il attacco dei padroni, dei gobierni e della Unita’ Europea contro la classe operaia e’ combinata in tutti i settori ed i paesi europei. Confrontiamo anche noi i pochi salari, gli sforzi per l’ aumento del tempo di lavoro, la promozione della flexibilita’, quando anche il terrorismo in lavoro e’ giornalero e i licenziamenti sono abbastanza soliti.
Dichiaramo di essere solidari a vostre iniziative e inviamo un saluto alla assamblea nazionale di Roma del 13 Maggio. Purtroppo, non e’ stato possibile essere presenti aqui’, pero’ trovaremmo modi di esprimere nostra solidarieta’ e esigeremmo que tutti i licenziati siano assunti di nuovo (per esempio manifestazioni all’ ambasciata d’ Italia qui’ o fuori dei negozi di FIAT).
Contro il strategico attacco del capitale e’ necessaria una risposta del movimento operaio. Pero el sindicalismo presente bureocratico non puo’ dare questa risposta. Solo un movimento operaio indipendente e radicale, con base sulle assemblee dei lavoratori stessi e abile di dare una risposta strategica contra il attacco strategico del capitale potra’ riuscirlo.
Sforzamos di construire un nuovo movimento operaio, abile di porre un freno ai loro piani, ma anche per reclamare tutta la richezza per quelli que la produscono e la liberazione sociale per tutta la societa’.
In questa lotta conosciamo que siamo insieme e che vinceremmo.

Commitato Laboraio del
NUOVA SINISTRA CORRENTE
NAR – Grecia

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LA CRISI DEL RIFORMISMO e L’ALTERNATIVA OPERAIA
PROSPETTIVE e COMPITI PER IL RILANCIO DI UNA LOTTA UNITARIA e DI CLASSE

Il capitale e la sua variante liberista,alla fine del secolo scorso,hanno visto la loro affermazione sul Lavoro e sul Socialismo non solo perché hanno messo in campo una supremazia tecnologica e militare ma perché hanno vinto sul terreno dell’egemonia. Agli inizi del XXI secolo si delineano invece i segnali di una crisi del sistema egemone che rendono attuale e urgente la ripresa della lotta per una trasformazione profonda dei rapporti sociali.
Il conflitto tra capitale e Lavoro si riapre a livello globale ponendo con forza,anche nei paesi a capitalismo maturo,la questione della rappresentanza politica del blocco sociale antagonista e sfruttato( il PROLETARIATO), della sua indipendenza e della sua capacità trasformatrice e rivoluzionaria.

La crisi del capitalismo
Parlare di crisi del capitalismo oggi per molti sembra una bestemmia. Il capitalismo pare stia attraversando una forte fase espansiva, viceversa il mondo del lavoro risulta alle corde. E’ sufficiente un’analisi del genere? Già nel Manifesto Marx ed Engels parlavano di crisi del capitalismo. In che termini ne parlavano? Cosa intendevano? Secondo loro essa si rileva attraverso le crisi commerciali, causate dalla sovrapproduzione. In breve, il capitalismo produce più di quanto il mercato può consumare. Sono crisi gravissime, una serie di pericolosissimi corto circuiti, che mettono a rischio l’esistenza stessa della società borghese.
Come il capitalismo supera la crisi
Il capitalismo ha più vite dei gatti. Come fa a superare la crisi? Ha molte carte a sua disposizione:arriva a distruggere i prodotti e parte delle forze produttive, da qui l’espulsione ciclica di salariati dal mondo del lavoro. Non è tutto, aggiungono Marx ed Engels: cerca di sfruttare in modo più intensivo i mercati che sta dominando, creando nuovi bisogni. Come sembrano lontane quelle affermazioni sul “piccolo è bello”, gridate a gran voce dai cantori del “capitalismo molecolare”. Le “grandi famiglie”del capitalismo italiano sono letteralmente in fuga dai settori produttivi più avanzati. Per “salvare l’Italia” e recuperare il livello di competitività persa sarebbero necessari, secondo l’Economist, 500mila licenziamenti e probabilmente una riduzione di almeno il 20-30% dei salari. In ogni angolo del paese c’è una fabbrica che sta chiudendo o ristrutturando (oltre 3200 secondo la Cgil) e questo ormai fa parte della coscienza comune dei lavoratori di questo paese. Le tutto sommato piccole imprese italiane sono state considerate a lungo un modello di competizione tale da farle ritenere una sorta di confutazione vivente dell’importanza delle economie di scala. La loro crisi attuale rende manifesto quali fossero i loro veri vantaggi competitivi:le svalutazioni periodiche della lira,un’evasione fiscale senza confronti negli altri paesi sviluppati,un basso costo della forza-lavoro.
Il destino di questi fattori è presto detto: le svalutazioni competitive non sono più possibili a seguito dell’introduzione dell’euro, l’evasione fiscale non può che aumentare significamene (in particolare dopo la vera e propria orgia di “condoni, ”concordati” e regalie varie promesse da Berluconi e dalla borghesia in generale), il costo della forza-lavoro non è più di tanto comprimibile, come già spiegava Marx, c’è un limite materiale al peggioramento delle condizioni materiali della forza-lavoro, e già oggi c’è una fetta crescente della popolazione che va verso la povertà.
Nella crisi particolare del capitalismo italico un ruolo decisivo lo hanno giocato le privatizzazioni, realizzate negli anni ’90 soprattutto dai governi di centro-sinistra. Esse hanno consentito ad industriali in difficoltà (a causa della concorrenza internazionale) di trovare un porto sicuro nel meraviglioso mondo oligopolistico dei servizi pubblici privatizzati (mentre, circostanza degna di nota, le imprese manifatturiere privatizzate sono state invece quasi tutte acquisite da multinazionali straniere).
Infatti la concentrazione del controllo delle società quotate da parte di uno o più socio è maggiore in Italia che negli altri principali paesi: per circa tre quarti delle società quotate è infatti presente un azionista di controllo. Non solo: negli ultimi anni la concentrazione è cresciuta. E’cresciuta, in particolare, la concentrazione attraverso le “scatole cinesi”, uno strumento che consente agli azionisti più importanti di una determinata società di controllare una quota del capitale assai maggiore di quella effettivamente detenuta. E quindi fa sì che si abbia la concentrazione del controllo senza che ci sia la concentrazione della proprietà.
L’uso del meccanismo delle “scatole cinesi” accomuna praticamente tutte le dinastie imprenditoriali italiane che controllano società in borsa. In concreto, in questo modo sono controllati 130 miliardi di euro, ossia il 30% del valore totale della Borsa italiana. In questo contesto, i piccoli investitori quale ruolo giocano? La risposta è facile: il ruolo di mettere i soldi nelle società controllate da quei signori, rendendo loro possibile di controllarle senza doverle possedere. Intendiamoci: niente di nuovo sotto il sole. Lenin affrontò il fenomeno ne L’Imperialismo, traendone le seguenti conclusioni:” La ‘democratizzazione’ del possesso di azioni, dalla quale i sofisti borghesi e gli opportunisti ‘pseudosocialdemocratici’ si ripromettono (o fingono di ripromettersi) la ‘democratizzazione del capitale’, l’aumento di importanza e di funzione nella piccola produzione, ecc.., nella realtà costituisce un mezzo per accrescere la potenza dell’oligarchia finanziaria”.

Democrazia addio
E’ possibile parlare di democrazia in una fase storica come quella attuale, così lacerata dalla guerra preventiva e dall’attacco spietato ai diritti dei lavoratori? Ovviamente no. Ne il Manifesto Marx ed Engels mostrano che ad ogni stadio dello sviluppo della borghesia corrisponde un certo progresso politico. Attraverso lo Stato rappresentativo moderno, la borghesia si è conquistata il dominio politico già nel XIX secolo. Di qui l’idea che ”il potere statale moderno non è altro che un comitato d’affari che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese”. La democrazia rappresentativa è nata nei paesi a capitalismo avanzato grazie anche alle lotte politiche e sociali della classe lavoratrice. Nonostante il suo carattere di classe, nell’era del mondo diviso in 2 blocchi, nel Novecento la democrazia rappresentativa e il parlamentarismo erano fondamentalmente un compromesso della borghesia con il movimento operaio, sebbene all’atto pratico a tutto svantaggio di quest’ultimo. Archiviata l’era della Guerra Fredda, non trovando più ostacoli politici nella sua corsa, il liberismo selvaggio dell’ Occidente non ha più bisogno nemmeno di una copertura democratica. L’espansione neoliberista è gestita a diversi livelli da varie tecnocrazie (Wto, Fmi, Banca mondiale) non sottoposte a controllo democratico. Per dirla come Marx, il comitato d’affari della borghesia oggi lavora alla luce del sole. Lo sfruttamento di classe si svolge a carte scoperte.

Da cittadini a clienti
Il potere statale moderno sta cambiando volto:da potere politico democraticamente scelto e controllato ad amministratore di politiche economiche liberiste. Per sopravvivere alle crisi, la borghesia deve trasformare anche lo sterco in profitto. Se all’esterno si esporta la guerra (lo stesso Trattato europeo oltre al libero mercato, rende costituzionali scelte politiche imperialiste), all’interno tutto diventa merce(acqua, sanità, previdenza, scuola, energia, trasporti…) La privatizzazione di fondamentali servizi pubblici, erogabili solo a chi dispone di un certo reddito, annulla anche i diritti di cittadinanza. Da cittadini con diritti politici e doveri sociali di uno stato democratico, si diventa consumatori di beni e clienti di servizi in una società tecnocratica. La logica del capitale e del mercato fagocita ogni aspetto del vivere sociale , annientandolo. “La borghesia si crea un mondo a propria immagine e somiglianza” K. MARX

La condizione dei salariati
La direttiva Bolkestein, esaltando il processo di cancellazione di uno spazio pubblico di diritti e di rappresentanza democratica, è la migliore conferma di queste analisi. È forte il desiderio di trasformare il salario da rapporto sociale a lavoro formalmente autonomo. Questa tendenza si traduce in precarietà e forme di lavoro parasubordinate che celano in realtà rapporti di lavoro dipendente senza più tutele. La borghesia - dicono Marx ed Engels - non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali”. La borghesia sta tentando di uscire dall’ennesima e terribile crisi commerciale attraverso una rivoluzione basata sulle tecnologie informatiche. Tale progresso tecnologico consente di rendere più flessibili i rapporti di lavoro, introducendo dosi massicce di precarietà. Questo processo nel suo insieme, dominato evidentemente da una concorrenza globale tra le varie borghesie nazionali e continentali, sta portando a un lento quanto inesorabile impoverimento dei lavoratori dei Paesi a capitalismo avanzato. La classe dominante sogna un capitalismo di massa, ma al risveglio ci si ritrova davanti una realtà sempre più desolante, segnata da un dilagante pauperismo.

Il RISVEGLIO del MOVIMENTO OPERAIO

Come si colloca il movimento operaio di fronte alla svolta politica in atto?
Per tracciare una prospettiva è necessario innanzitutto partire dal dato di fondo:il risveglio della classe operaia, in Italia e non solo, negli ultimi anni.
Usciamo da una fase estremamente importante per gli operai: da un lato la crisi economica e il conseguente peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro hanno aumentato l’insicurezza dei lavoratori, dall’altro però le mobilitazioni di massa convocate dai vertici sindacali e una serie di importanti lotte esemplari dopo (dalle caratteristiche più avanzate di quanto visto negli ultimi anni), hanno mostrato la strada su cui la classe operaia si incamminerà nel prossimo futuro. Tra la fine fine del 2003 fino all'ultima lotta dei compagni metalmeccanici abbiamo potuto assistere a una serie di lotte che qualitativamente rappresentano un importante passo avanti rispetto al passato. Era da almeno vent’anni che non si assisteva a mobilitazioni come quelle viste negli ultimi tre anni. Sicuramente spiccano quella degli autoferrotranviari (dicembre 2003), degli operai della Fiat di Melfi (primavera del 2004) e quelle più recenti dei precari dei call-center e degli operai metalmeccanici dopo l’accordo bidone dei soliti sindacati filo-padronali. La lista delle mobilitazioni che si sono sviluppate nel corso di quest’ultimi quattro anni è lunga ed è esteso a livello nazionale il processo di radicalizzazione che cova sotto la superficie. Spesso e volentieri queste mobilitazioni non sono state riportate dalla stampa, se non a livello locale, e di alcune ne siamo venuti a conoscenza solo perché i nostri compagni vi sono intervenuti direttamente. In tutte le categorie e nei siti industriali più importanti c’è almeno una vertenza che andrebbe citata! C’è un filo rosso che collega le adunata di massa convocate a suo tempo per la difesa e l’estensione dell’ Articolo 18 dal rinnegato Cofferati, a queste vertenze.
Solo il ruolo nefasto giocato da Cofferati e dalla burocrazia sindacale ha permesso di far rientrare il movimento che loro stessi avevano innescato. Alla fine nelle mani dei lavoratori è rimasto ben poco, in termini di conquiste, anche se il governo ha dovuto recedere dall’obbiettivo di attaccare almeno frontalmente lo Statuto dei Lavoratori.
Si è anche sperimentato con la pratica che è possibile raccogliere la solidarietà e l’appoggio attivo della popolazione locale e degli altri lavoratori senza rimanere isolati e che si può raccogliere un consenso che va ben al di là delle proprie forze in fabbrica. Mobilitazioni come quelle di Termini Imerese, Melfi, Polti sud, Terni, Pomigliano, dei precari in Sicilia e a Roma, degli autoferrotranviari, potevano estendersi in tante altre aziende. Se questo non è avvenuto è solo ed esclusivamente per il sistematico lavoro ai fianchi fatto dalla burocrazia per stancare e isolare i lavoratori. Laddove queste mobilitazioni si sono sviluppate, è stato possibile per una serie di fattori che si sono sommati: rabbia dei lavoratori, ricambio generazionale tra gli operai, una piccola ma decisa fascia di lavoratori che ha preso l’iniziativa (spesso costringendo, almeno all’inizio la burocrazia sindacale a offrire una sponda), e la convinzione che nessuno sarebbe venuto a rivolgergli i problemi dall’alto dei cieli senza una lotta dura e decisa.
Tutti fattori presenti nella stragrande maggioranza delle imprese del paese e che presto o tardi verranno alla superficie in maniera generalizzata.

La fase attuale
Ma i lavoratori non possono stare sempre sulle barricate. L’Italia è stata in questi quattro anni il paese con il maggior numero di scioperi e sarebbe stato difficile mantenere questo ritmo di mobilitazioni anche con una direzione più combattiva, figuriamoci con un vertice con le caratteristiche che conosciamo. Mantenere per un periodo di tempo superiore un tale livello di mobilitazioni era impossibile: da un lato la burocrazia ha sistematicamente impedito che in tutte le vertenze locali potessero estendersi, dall’altra ha fatto di tutto perché gli scioperi di carattere nazionale non andassero oltre gli scioperi inefficaci di quattro o otto ore (quando andava bene!!) che nei fatti si sono dimostrati inconcludenti e senza prospettiva. Oltre 5 milioni di lavoratori un contratto non l’hanno mai avuto. Questi saranno i principali attori delle prossime lotte! Non ci riferiamo solo ai call-center, bensì a tutti i lavoratori del cosiddetto terziario, poiché dall’introduzione del pacchetto Treu a oggi con l’introduzione della legge 30, sono cambiate molte cose. Oggi la precarietà è uno strumento micidiale in mano ai padroni per indebolire tutti i lavoratori salariati, che si estende anche a coloro che nel mondo del lavoro c’erano da dieci, venti o trent’anni.

Verso un nuovo patto sociale
La borghesia sta preparando nuovi e più duri attacchi:il nuovo patto sociale di cui sindacati concertativi e padroni stanno discutendo non rimarrà oggetto di discussione all’infinito. Nella misura in cui si creeranno le condizioni per una trattativa seria, con un governo stabile che potrà pretendere dai sindacati il rispetto del patto sottoscritto, le trattative porteranno a un nuovo accordo che non avrà nulla da invidiare ai famosi accordi di luglio del 1992-93. La Cgil ed Epifani si stanno preparando a quel momento e tutta la linea sindacale portata avanti in questi ultimi 18 mesi è stata orientata a un lavoro sistematico per riportare dentro la gabbia della concertazione categorie come la Fiom, e il movimento operaio in generale. Epifani non è solo disposto ad andare a trattare con i padroni, vuole arrivare a un accordo che gli garantisca un nuovo periodo di relazioni sindacali stabili dove il ruolo della burocrazia possa essere esercitato tranquillamente, col minore conflitto sociale possibile.
I padroni stanno premendo per arrivare ad un nuovo patto sociale che conterrà inevitabilmente nuovi peggioramenti per i lavoratori. La burocrazia è disponibile e si sta organizzando per disciplinare e ridimensionare ogni possibile opposizione interna. Il patto sarà comunque precario, ammesso che si riesca a farlo. Dal ’92-’93 sono cambiate due cose fondamentali: il sistematico attacco dei padroni ha contribuito e continua a contribuire giorno dopo giorno a far abbandonare ai lavoratori le illusioni in un futuro dignitoso, anche facendo dei sacrifici, una nuova generazione è entrata nel mondo del lavoro, la classe operaia industriale ha subito un ricambio decisivo, 1/3 dei lavoratori dipendenti, ma anche quelli del terziario, dei call-center, e i cosiddetti lavoratori atipici (che da soli costituiscono un esercito di 5 milioni di salariati supersfruttati)svolgono mansioni tanto aberranti quanto la catena di montaggio.
C’è una nuova generazione di lavoratori che si sta affacciando sul terreno della lotta sindacale, la pressione è sempre più intollerabile.

I silenzi dell’Unione
È riuscita l’Unione a lanciare un messaggio chiaro ai metalmeccanici, ai precari, alle casalinghe e agli studenti? Le lotte degli ultimi anni dimostrano l’abisso tra la disponibilità alla mobilitazione di settori significativi di giovani lavoratori e l’arrendevolezza delle direzioni sindacali, maggiormente propense a cercare l’apertura di una nuova stagione concertativa. Contraddizioni particolarmente evidente nelle lotte dei precari in aziende quali Tim, Atesia, Unicab, call-center siciliani, ec.. Senza contare l’assenza dei Ds e Cgil dall’ultima marcia per la pace

Il Socialismo del XXI secolo
E’ proprio nel cortile di casa della principale potenza imperialista, gli Usa, che torna ad affacciarsi la possibilità di un cambiamento in senso socialista della società. In America Latina assistiamo alla continua ascesa della lotta di classe, basti pensare all’insurrezione boliviana della scorsa estate o al processo rivoluzionario in Venezuela dove irrompe il dibattito sul socialismo del XXI secolo. Un ciclo di lotte che nelle sue punte più avanzate si è avvalso dei metodi classici della lotta di classe: insurrezioni, scioperi generali, occupazioni e lotta per il controllo delle fabbriche e per la nazionalizzazione della produzione sotto il controllo dei lavoratori.

Le nostre proposte

  1. Dobbiamo RICOSTRUIRE L’UNITA’ DEI LAVORATORI, per RITROVARE LA COSCIENZA di CLASSE:
    Lo sciopero è e deve essere l’espressione della lotta di classe: della classe dei lavoratori salariati e dipendenti contro lo sfruttamento delle loro prestazioni da parte della classe padronale. La divisione delle genti umane in classi non è invenzione dei lavoratori. Essa è stata voluta dai padroni per distinguersi dai loro dipendenti-schiavi. A sostegno di questa menzogna sociale sono intervenuti i mestieranti politici, sindacali, religiosi ed opportunistici. E questi ultimi si sono riuniti essi stessi in classe, allo scopo di rompere la solidarietà operaia, ottenendo in cambio dai padroni consensi e privilegi. E, con tale mistificazione, hanno allontanato gli sfruttati dal principio della solidarietà, che deve dare a ciascuno secondo i propri bisogni. Operai, braccianti, contadini, tecnici, impiegati, postali, ferrovieri, ec.., sono tutti lavoratori dipendenti. Sono tutti sfruttati dai proprietari dei mezzi produttivi, finanziari e della terra. E questi proprietari, per aumentare ed accumulare in privato le ricchezze sociali, si sono avvalsi dell’opera mistificatoria dei loro servitori che, nel tempo, hanno allontanato dai padroni lo spettro della lotta di classe. E gli sfruttati si sono lasciati abbindolare dalle sirene al servizio del padrone, lasciandosi prendere dall’insano antisociale e gretto egoismo, pensando alla maniera del padrone, con la possibilità di salire la scala sociale ed essere compensato meglio.
    Ora, come si può convincerei lavoratori, assegnati alle varie e diverse categorie, che sono ugualmente sfruttati dal padrone, come i compagni che stanno alla base gerarchica di questo sistema ingiusto? Si rende necessario insistere senza recedere (usando tutti i mezzi disponibili) per disincantare i lavoratori dipendenti dall’illusoria situazione attuale, che la schiera opportunista e crumira ha ficcato nel cervello della povera gente, costretta a lasciarsi sfruttare per racimolare un compenso (inadeguato) che l’aiuti a sbarcare il lunario. Pur con i nostri mezzi limitati, osteggiati da una lunga schiera servile al padronato, dobbiamo continuare a lottare. Perché non è mai troppo tardi per convincere la povera gente oppressa e sfruttata, di consolidare la validità dell’azione diretta; di tornare alle origini dello sciopero, che deve essere spontaneo, e cosciente di strappare al padrone quanto più possa; e continuare a lottare, senza perdere nulla di quello che ha conquistato. Questo si potrà realizzare solo se lo sciopero, così inteso, sarà solidale, nel senso che tutti i lavoratori dovranno scendere in piazza per lottare a fianco dei compagni sfruttati che lottano per emanciparsi. E la lotta di classe dovrà perdurare fino a quando i lavoratori dipendenti, gli operai, avranno strappato al padrone tutto il maltolto, fino a quando saranno liberi dal compenso, fino a quando saranno liberi dal bisogno e sventolerà la rossa bandiera del Socialismo.

  2. Vogliamo il RIPRISTINO di un SISTEMA di INDICIZZAZIONE AUTOMATICA della RETRIBUZIONE all’ANDAMENTO dell’INFLAZIONE su un paniere costruito sui CONSUMI dei LAVORATORI (UNA NUOVA SCALA MOBILE)
    Quando Trentin, D’Antoni e Larizza firmarono il famigerato accordo del luglio ’92, che sanciva la”cessazione del sistema di indicizzazione dei salari”, abolendo con ciò gli scatti di contingenza, non potevano non sapere che ne sarebbe conseguita una forte riduzione dei salari reali, anche se, nel Verbale d’Intesa si parla di ”mantenimento del valore reale delle retribuzioni e dei trattamenti pensionistici”. La verità, di cui negli anni successivi abbiamo avuto mille conferme con l’accertato impoverimento dei lavoratori. Non solo si avvalla la prassi dei padroni di lucrare speculando sul ritardo dei contratti, ma si stabilisce che la difesa del potere d’acquisto potrà essere solo parziale! Tutti abbiamo udito le solite lagnanze dei dirigenti sindacali confederali: troppi capitali impiegati nella speculazione finanziaria, troppo pochi negli investimenti produttivi:nel documento del 1992 si parla di canalizzare il risparmio verso gli investimenti produttivi, ma “promuovendoil ricorso al capitale di rischio” e dando “maggiore solidità e respiro alla Borsa”, e con la promozione di investitori istituzionali quali i fondi pensione, fondi chiusi, fondi locali. Quei fondi pensione, dal nome apparentemente così innocuo, che sono stati tra i maggiori protagonisti di spericolate operazioni finanziarie a danno delle industrie, gli stati Uniti insegnano, e che, a volte, hanno lasciato senza pensione chi aveva avuto fiducia in loro.
    Capitale finanziario vuol dire imperialismo. Non si punta più alla conquista dei mercati prevalentemente tramite l’esportazione di merci, ma con l’esportazione di capitali, e, spesso e volentieri, col trasferimento delle imprese all’estero. Non sapevano questo i bravi e solerti dirigenti sindacali?
    I padroni dovevano “contenere i prezzi entro i livelli necessari alla politica dei redditi”, il governo si impegnava a contenere i livelli salariali degli statali e parlava “costituzione di uno specifico Osservatorio prezzi”. Si parlava anche della regolamentazione del lavoro interinale, allora”consentito alle aziende del settore industriale e terziario, con esclusione delle qualifiche di esiguo contenuto professionale”[Verbale di intesa dell’’Accordo del 23 luglio 1993]
    Ovviamente il lavoro interinale si diffuse a macchia d’olio, i controlli dei prezzi divennero presto lettera morta, i salari sempre più bassi. Il verbale propugnava anche l’uso del rapporto di lavoro flessibile, naturalmente “al fine di contenere al riduzione del personale”.
    Il fascismo, per mantenere la lira a quota novanta rispetto alla sterlina, ridusse drasticamente i salari; ma, a ben guardare, Benito era un dilettante, perché doveva ricorrere a periodici atti di autorità mentre con gli accordi degli anni ’90 si è introdotta la riduzione programmata del salario reale. In questo ultimo decennio i salari rispetto alla ricchezza complessiva prodotta, hanno perduto più di 10 punti percentuali.
    Questi accordi costituiscono gli atti di resa, che Trentin, D’Antoni e Larizza hanno firmato a nome dei lavoratori italiani. Tutto ciò che è venuto dopo, le sconfitte del movimento operaio, la perdita di posti di lavoro nella grande industria, la crescente precarizzazione, il declino dei salari, l’impoverimento di massa, sono in gran parte conseguenze di questi accordi.
    Particolarmente speciose le giustificazioni che diedero di questi accordi forcaioli. Si disse:
    - che la scala mobile generava inflazione.Gli scatti della scala non erano la causa,ma l’effetto dell’aumento del prezzo, al quale si adeguavano con un certo ritardo.
    - che la moderazione salariale avrebbe permesso di impiegare gli accresciuti profitti in investimenti,creando nuovi posti di lavoro. In realtà, i maggiori profitti furono impiegati in gigantesche operazioni fin