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Flessibilità ... internazionale

SEUL

Massicce proteste sindacali sono in corso in Corea del sud contro un progetto di legge del governo per introdurre flessibilità nel mercato del lavoro, consentendo alle imprese di impiegare più dipendenti con contratti temporanei.

Ieri decine di migliaia di affiliati alla Confederazione coreana dei sindacati (Kctu) erano scesi in piazza a Seul, controllati da oltre 9.000 poliziotti, per protesta contro quello che hanno definito un attacco ai diritti base dei lavoratori. E oggi almeno 40.000 dipendenti pubblici hanno incrociato le braccia, chiedendo il diritto di rappresentanza sindacale, in sfida alle minacce di arresti in massa per sciopero illegale fatte dal governo, che ha mobilitato 16.000 poliziotti nella capitale.

Il governo del presidente riformista e progressista Roh Moo Hyun (gulp!) intende presentare la prossima settimana in parlamento una legge che smonta uno dei cardini delle relazioni sindacali in Corea del sud, l'obbligatorietà in linea di principio per le imprese di assumere con contratti a tempo indeterminato.
Il progetto di legge consente alle imprese di estendere l'impiego con contratti a tempo.
" È una manovra per trasformare tutti in lavoratori precari e sottopagati", accusano i sindacati.

da Ticinonline 15/11/2004


Lo staff leasing distrugge l’unità della classe operaia.

Da questa settimana le imprese possono prendere in affitto gruppi di operai a tempo indeterminato, secondo la formula dello staff leasing, tipologia contrattuale introdotta nel 2003 dalla legge 30 e dal decreto attuativo 276 (più conosciute come «riforma Biagi»).
Le agenzie di lavoro interinale hanno mandato tutte insieme le domande per trasformarsi in agenzie multiservizi per questa somministrazione di manodopera.
Nuovi affari e fiumi di denaro in arrivo per gruppi come Manpower o Adecco.
Ma grossi guai per i lavoratori, ormai definitivamente ridotti a pacchettini, comprati e ceduti come qualsiasi altra materia prima utile alla produzione.
Nella pratica avviene questo : l' “utilizzatore” - ad esempio la Fiat - stipula un contratto con il “somministratore” (mettiamo l'Adecco) per la fornitura a tempo indeterminato di 80 operai addetti alla manutenzione. A tempo indeterminato non vuol dire “per sempre” ma significa solo che non viene fissata una scadenza : ma il contratto prevede la possibilità di sbatter via il “pacchetto” di operai affittati semplicemente con il preavviso di tot giorni o mesi.
Come quando si affitta un appartamento.
Il lavoratore somministrato non ha più come controparte l'azienda dove si recherà a lavorare ogni giorno: essa è totalmente deresponsabilizzata nei suoi confronti (tranne per quel che riguarda la sicurezza e l'igiene sul lavoro).
Se ha delle rivendicazioni da fare non potrà farle con il padrone per cui sta lavorando ma dovrà rivolgersi all'azienda di somministrazione di manodopera, l'Adecco del nostro esempio, di cui sarà effettivamente dipendente. Per l’azienda utilizzatrice - avevamo ipotizzato la Fiat - sarà un “estraneo” preso in affitto. E così pure sarà estraneo a tutti gli altri lavoratori da essa dipendenti.
Il tempo indeterminato riguarda solo il rapporto commerciale tra le due imprese (esempio Fiat e Adecco): al lavoratore potrà essere applicato un qualsiasi contratto previsto dalla legge 30, dal lavoro a chiamata al part time, dall'intermittente al contratto di inserimento, etc. Quando l'azienda di somministrazione non riesce a piazzarlo, e solo nel caso che abbia con essa un contratto a tempo indeterminato, scatta l' “indennità di disponibilità”, ovvero un assegno mensile che secondo un decreto del ministero del welfare non deve andare sotto i 350 euro: una elemosina.
Quanto al contratto, i lavoratori usufruiscono di quello della mansione di riferimento solo per ciò che concerne la retribuzione: per la parte normativa si dovrà fare un contratto nazionale collettivo ad hoc per tutti i nuovi addetti in staff leasing.
Un ulteriore massacrante elemento di divisione della classe operaia.
Anche sull'applicazione dell'articolo 18 ( licenziamento con giusta causa) e di altre leggi i lavoratori affittati non contano: in un’azienda che ha 14 dipendenti e ne prende 200 in staff leasing, i primi continueranno a non essere tutelati dall’ art.18.
I lavoratori affittati non possono eleggere la Rsu nel posto in cui lavorano: il padrone cui si presta la propria opera è realisticamente quello vero ma non è più quello cui può riferirsi.
Non si può neppure eleggere il rappresentante della sicurezza : esso viene assegnato d' ufficio dal contratto stipulato tra le due imprese.

INSORGIAMO CONTRO LA “MODERNA” BARBARIE
CHE CI VUOLE RIDURRE TUTTI ETERNAMENTE SCHIAVI

Slai Cobas

agosto 2004


Art. 18 e referendum del 15 giugno. Prime valutazioni.

I risultati del referendum sono usati dal governo e dal padronato per rilanciare e sostenere la già decisa controriforma dei rapporti di lavoro. Decreto legislativo 30, leggi delega 848 bis (che il ministro Maroni  vuole trasformare in legge entro la fine di luglio), furto dei TFR e tutte le svariate iniziative a “sostegno attivo” di un’ulteriore precarizzazione dei lavori, sono le misure contro cui occorre rilanciare la mobilitazione e costruire un’effettiva opposizione.

Uno dei “risultati” del referendum è stato quello di mettere in luce che  sia il centrodestra, sia la grande maggioranza del centrosinistra (fino alla corrente DS della CGIL), sono contrari non solo all’estensione dei diritti, ma entrambi vogliono abolire l’art. 18 per tutti e, in forme diverse, attaccare le condizioni di lavoro per rilanciare l’economia nazionale. Il referendum, una volta di più, ha messo in luce il filo conduttore che unisce il pacchetto Treu al libro bianco di Maroni e che i lavoratori possono contare solo sulle proprie forze per contrastare l’attacco e opporsi alla crescente precarizzazione.

Un’altro dei “risultati” del referendum è l’ennesima dimostrazione che i lavoratori sono sempre sconfitti sul piano elettorale (come avvenne anche col referendum sul punto unico di contingenza) e che solo l’organizzazione nei posti di lavoro e la mobilitazione possono creare dei rapporti di forza tali da imporre una maggior tutela delle proprie condizioni, anche riuscendo a conquistare delle specifiche leggi.

Questo referendum, come abbiamo già sostenuto, è stato lanciato con tempi e modi sbagliati, ritenendo che le mobilitazioni dell’anno scorso per l’art. 18 avessero già fatto maturare la disponibilità a passare dalla difesa delle condizioni acquisite all’offensiva per l’estensione dei diritti, e che si fossero sviluppati rapporti di forza tali da riuscire a contrastare l’amplissimo schieramento dal centrodestra alla maggioranza del centrosinistra avverso ai lavoratori.

Il mancato raggiungimento del quorum al referendum, tuttavia, non equivale ad una sconfitta dei lavoratori sul terreno della lotta e della mobilitazione. Anzi, in un contesto in cui lo schieramento contrario all’estensione dei diritti era ultramaggioritario, da soli i lavoratori sono riusciti a ottenere all’incirca 10 milioni di SI, un dato che mostra come cominci a sedimentare un’opposizione sociale alla controriforma dei rapporti di lavoro.

Da questa constatazione occorre ripartire, perché la questione dei diritti non si chiude qui. Di fronte ad un’offensiva che punta a flessibilizzare sempre più tutti i lavori, che ha l’obiettivo di levare a tutti l’art. 18 nell’arco di due-tre anni e di far sparire garanzie esistenti da decenni, occorre organizzarsi e coordinarsi in tutti i posti di lavoro.

L’introduzione di tutte le svariate forme di lavoro “atipiche” (Co.Co.Co., apprendistato, lavoro interinale, formazione lavoro, tempo determinato, lavoro a chiamata, ...), le cessioni di ramo d’azienda, l’arbitrato, la certificazione dei rapporti di lavoro, la totale assenza di diritti per la manodopera immigrata (ricattata con la concessione dei permessi di soggiorno)... rappresentano altrettanti tasselli per peggiorare progressivamente le condizioni di tutti i lavoratori. Chi oggi non ne è immediatamente colpito, si troverà domani privato di garanzie e salvaguardie che ha dato per acquisite da sempre (maternità, ferie e malattie pagate, ...). Al padronato un lavoratore senza diritti costa di meno che un lavoratore con i diritti!

Abbiamo la possibilità di opporci a quest’attacco, ma non sarà certo possibile farlo accettando patti, contratti e accordi su Cassa Integrazione e licenziamenti, come quelli sottoscritti separatamente o unitariamente da Cgil-Cisl-Uil, subordinati alla politica di “contenimento del costo del lavoro”.

Dobbiamo rimettere al centro della nostra iniziativa la difesa dei nostri interessi, l’abolizione delle forme di lavoro “atipiche”, il rifiuto dei licenziamenti per la “giusta causa” delle motivazioni economiche, l’allargamento di una soglia di diritti minima per tutti i lavoratori, compresi quelli sindacali in tutti i posti di lavoro, perché siano immediatamente godibili ed esigibili dai lavoratori stessi, a cominciare dal diritto di assemblea e dall’obbligatorietà di sottoporre ad approvazione qualsiasi accordo e contratto.

Chiamiamo tutti i lavoratori ad un’azione comune, a cominciare da quelli organizzati nei sindacati di base ed autorganizzati, con cui abbiamo condiviso scioperi e mobilitazioni, per aprire un intervento unico e costante in tutti i posti di lavoro e su tutto il territorio nazionale.

Milano, 16/6/2003

Slai Cobas

Sindacato dei Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale

Coordinamento provinciale di Milano


15 giugno, referendum sull’art. 18:

 

chi invita all’astensione o a votare no,

vuole ridurre i diritti di tutti i lavoratori.

 

Per difendere le condizioni di lavoro e

i diritti di tutti i lavoratori, è necessario

votare SÌ al referendum del 15 giugno.

 

I lavoratori, tutti i lavoratori, hanno dei buoni motivi per votare . Noi non siamo stati tra i sostenitori di questo referendum, riteniamo ancora profondamente sbagliati i tempi e i modi con cui è stato promosso e abbiamo pure molte riserve sul metodo referendario. Ma la situazione politica creatasi impone che, senza indugio, il 15 giugno si debba vo­tare SÌ. Questa è una condizione necessaria, anche se da sola non sufficiente, per con­trastare l’attacco governativo e padronale in corso e per creare rapporti di forza migliori per organizzare la difesa di tutti i lavoratori, anche di quelli privi totalmente di diritti, come gli “interinali”, i “tempo determinato”, i “Co. Co. Co. (collaborazione coordinata continuativa”, gli apprendisti ... 

 

Estendere i diritti rafforza TUTTI i lavoratori

 

L’estensione dell’art. 18 anche nelle aziende di sotto dei 15 dipendenti (5 nel settore agricolo), non è solamente un problema di giustizia “astratta”, di diritto, di equità, di applicazione a tutti della stessa legge. Il diritto al reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa anche in queste aziende è nell’interesse di tutti i lavoratori. Quanto più i diritti sono estesi e assumono la forma di leggi esigibili da chiunque, tanto più le condizioni salariali e normative di tutti i lavoratori sono migliori.

 

Un lavoratore con pochi o nessun diritto, è un lavoratore pagato di meno, che non può organizzarsi sindacalmente, non può rivendicare diritti minimali (maternità, ferie, straordinari in busta paga, .... pur se sanciti per legge), non può salvaguardare la propria salute (immaginatelo che richiede l’applicazione della legge 626 o l’intervento dell’ASL), non può difendere la propria dignità umana (molestie sessuali, ...). Il fatto che esista una consistente quota di lavoratori (circa 3 milioni) che non possono “godere” di tutto questo, seppur assunti a tempo indeterminato (quindi costretti per tutta la vita all’arbitrio padronale), ha un effetto “deprimente” sulle condizioni salariali e normative di tutti i lavoratori.

 

L’obiettivo di governo e padronato è quello di ridurre i diritti (e i salari) a tutti i lavoratori e di portarli il più possibile allo stesso livello dei lavoratori con pochi o, addirittura, nessun diritto. Tutte le leggi per “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del Centro Sinistra all’odierno “libro bianco” di Maroni, sono finalizzate a levare diritti contrattuali e individuali per ridurre il costo del lavoro. I diritti, infatti, sono sia un “costo” per i padroni, una quota di salario che si vuole eliminare per conservare i profitti, sia uno strumento fondamentale per difendere la propria dignità umana individuale nei posti di lavoro e la base per garantire al meglio le condizioni collettive.

Se i lavoratori a tempo indeterminato, a tempo determinato, interinali, Co.Co.Co., apprendisti, ... godessero degli stessi diritti, anche indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità, tutti i lavoratori ne sarebbero rafforzati e potrebbero difendersi meglio; perché se così fosse le condizioni di lavoro sarebbero levate all’arbitrio padronale, alla loro determinazione sulla base del rapporto individuale tra lavoratore e padrone, dove il primo è perdente e sconfitto in partenza, senza appello.

 

L’estensione dei diritti minimali è, quindi, un obiettivo nell’interesse di tutti i lavoratori, e nella situazione politica attuale ci è imposto di schierarci e di votare al referendum del 15 giugno. I lavoratori hanno un’unica scelta per difendere i propri interessi, ed è quella di votare .

 

Padroni e governo: cancellare tutti i diritti, diminuire i salari

 

Il 15 giugno non è in ballo solo un pronunciamento sull’estensione dell’art. 18 nelle aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Governo e padroni vogliono usare la scadenza per sancire un consenso sociale alla controriforma dei rapporti di lavoro che vuole introdurre il “libro bianco” di Maroni. Il mancato raggiungimento del quorum o, peggio, la vittoria del NO al referendum, sarebbero subito usati per giustificare l’introduzione delle misure previste dalle “leggi delega” in discussione al Parlamento (prima fra tutte la sospensione dell’art. 18 per i neo assunti nelle aziende dove già si applica), sostenendo che dietro di esse vi è la volontà della maggioranza degli italiani.

 

Governo e padroni vogliono ottenere questa sanzione, pensando in questo modo di azzerare la protesta sociale contro la modifica dell’art. 18 che nei mesi scorsi si è espressa in massa nelle piazze. Il loro obiettivo è quello di usare il referendum quale trampolino di lancio per azzerare tutti i diritti, di tutti i lavoratori.

 

L’attacco ai diritti è una precondizione per l’ulteriore estensione della flessibilizzazione dei lavori e per la diminuzione dei salari. Il governo e la Confindustria puntano a scardinare i meccanismi contrattuali esistenti per ottenere un generale abbassamento dei livelli salariali (diretti e indiretti). Come scritto nel programma elettorale del governo Berlusconi, il fine è quello di sbarazzarsi dei vari livelli contrattuali e dell’attuale legislazione del lavoro per introdurre la “libera contrattazione tra datore di lavoro e lavoratore”, ossia per reintrodurre l’arbitrio padronale in tutti i posti di lavoro.

 

Tutti i lavoratori, per contrastare questo disegno, devono necessariamente votare il 15 giugno. Il mancato raggiungimento del quorum o, peggio, la vittoria del no, sarebbero il preludio di un inasprimento dell’attacco in corso su diritti, salari e pensioni.

 

L’estensione dell’art. 18 aumenta la disoccupazione?

 

La campagna contro i lavoratori è in pieno svolgimento. La Confindustria richiede a gran voce “l’ammodernamento” della legislazione del lavoro e il suo presidente D’Amato si lamenta della lentezza con cui il governo procede nelle “riforme” (ossia nell’approvazione delle leggi delega sul mercato del lavoro e nell’ulteriore riduzione delle pensioni).

I settori padronali più direttamente interessati ad impedire l’affermazione del al referendum hanno addirittura costituito un “Comitato per il NO”, che si è impegnato in un’offensiva “terroristica” su quelli che sarebbero gli effetti di un’estensione del diritto al reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa.

 

Billè, presidente della CNA, capofila del Comitato per il NO, ha sostenuto che una vittoria del porterebbe alla perdita di 100.000 posti di lavoro. Il ministro del Welfare Roberto Maroni continua a sostenere che un tale risultato renderebbe più difficile combattere la disoccupazione. L’argomentazione è sempre la stessa, usata sia dal Centro Sinistra per giustificare il pacchetto Treu, sia dal Centro Destra per legittimare la controriforma Maroni: con queste misure si aumenta l’occupazione. Per estensione, la vittoria del al referendum impedirebbe questo risultato.

 

Innanzitutto non si capisce bene perchè se vincesse il immediatamente ci sarebbero 100.000 licenziamenti. Chi ha assunto questi lavoratori non ne avrebbe più bisogno? Se non ne ha bisogno, perchè mai non li licenzia oggi, quando potrebbe farlo tranquillamente poiché nella sua azienda non si applica l’art. 18? Simili argomentazioni non hanno alcun valore, ma sono fatte circolare e presentate come vere solo perché dette in televisione, a trasmissioni cui non sono chiamati mai a parlare i lavoratori che subiscono quotidianamente la tragedia della mancanza di diritti.

 

Neppure si capisce perché se vincesse il sarebbe più difficile “combattere” la disoccupazione. Probabilmente si vuole dire che se il referendum avesse questo esito i padroni sarebbero meno propensi ad assumere? Se stiamo parlando di un’esigenza concreta, dettata dal ciclo economico, si dice una stupidaggine. Un datore di lavoro assume perché si amplia il ciclo produttivo e ha bisogno di più dipendenti per seguirlo e reggere la concorrenza. Quindi il referendum non c’entra nulla. Se invece diciamo che un padrone preferisce assumere lavoratori senza diritti, per ottenere più profitti e poter fare il bello e cattivo tempo con tutti i dipendenti senza alcun problema o contestazione, allora stiamo dicendo le cose come stanno, senza maschere.

 

Infine va sfatato il cuore dell’argomentazione padronale e governativa, l’aumento dell’occupazione. Questa non aumenta grazie a qualche legge, anche se viene promesso in fase di campagna elettorale, ma solo ed esclusivamente se il ciclo economico è in fase ascendente. Questo non avviene da tempo e le misure del pacchetto Treu non hanno aumentato l’occupazione, nè quelle delle leggi delega di Maroni lo faranno. Queste leggi favoriscono un travaso del lavoro da delle condizioni maggiormente garantite a nuove condizioni meno garantite e “sicure”. La flessibilizzazione sempre più forsennata di questi anni non ha significativamente aumentato l’occupazione totale, l’ha trasferita dalle condizioni “tipiche” a quelle “atipiche”. Per tanti neo assunti con contratti a termine, Co.Co.Co., ... ci sono stati più o meno altrettanti licenziati, cassaintegrati ed espulsi nelle grandi fabbriche. La cosiddetta base occupazionale non aumenta in modo significativo da tempo e non lo farà nel prossimo futuro.

L’aumento dell’occupazione è uno specchietto per le allodole, che sta tragicamente sperimentando sia chi è espulso dal lavoro, sia chi è assunto nelle forme “atipiche”.

 

Un vasto fronte contro i lavoratori il 15 giugno

 

Non sono solo il governo Berlusconi e il padronato, però, non vogliono l’estensione dell’art. 18. La gran maggioranza dell’Ulivo è anch’essa schierata contro, come pure Cisl e Uil. Non deve stupire che le argomentazioni sono le stesse. Qualche esempio?

 

Violante, presidente dei deputati DS, sostiene che l'estensione dell'art. 18 sarebbe “un duro colpo per il mondo imprenditoriale italiano”. L’ex ministro Visco è per il no, come pure Rutelli e Castagnetti della Margherita. Quest’ultimo ha anche sostenuto: “Un commerciante o un artigiano che ha un dipendente è imprenditore ma insieme anche lavoratore. Non possiamo complicargli la vita”. Evidentemente, diciamo noi, poco importa che l’intera esistenza di un lavoratore sia dannatamente complicata dalla totale assenza di diritti esigibili nel posto di lavoro.

Ma non basta, Enrico Letta, economista della Margherita, in un convegno organizzato dal giornale “Il Riformista” (organo di D’Alema) ha enunciato con chiarezza la posizione dell'Ulivo sull'art.18: va cancellato per tutti e sostituito con una nuova legge che sostituisca il reintegro con l’indennizzo e diffonda l’arbitrato al posto del ricorso alla magistratura. Quando da più parti dell’Ulivo si dice che il referendum sarebbe controproducente, l’obiettivo reale, al di là delle parole e delle giustificazioni, è questo. A tale scelta si è infine accodato lo stesso Cofferati, dopo aver costruito la propria immagine sulla “difesa dei diritti” e sulla manifestazione dei tre milioni a Roma in difesa ... dell’art. 18.

 

Sarebbero questi i difensori dei lavoratori contro il Centro Destra di Berlusconi? Tutti i lavoratori devono ben meditare a proposito, e non delegare a nessuno la difesa dei propri interessi.

 

I limiti del referendum e dei suoi promotori

 

Abbiamo anticipato all’inizio le nostre perplessità su questo referendum. I suoi promotori lo presentano come una sorta di “sbocco politico” del movimento di massa sceso in piazza l’anno scorso per difendere l’art. 18.

Se così fosse vorrebbe dire che è tutt’ora in piedi un movimento di resistenza, in grado effettivamente di influenzare tutte le classi sociali nelle votazioni, a prescindere dal consenso elettorale di cui godono il Centro Destra e la maggioranza dell’Ulivo, entrambi contro l’ampliamento dell’art. 18.

In realtà, oggi, quel movimento non è in piazza e non ha fatto un percorso tale da rendere certo il passaggio dalla difesa all’offensiva per l’estensione a tutti delle garanzie previste dall’art. 18. Non siamo certo in presenza di una situazione di lotte sociali così vaste e diffuse da obbligare con la mobilitazione il Parlamento ad approvare leggi maggiormente favorevoli ai lavoratori, come avvenne con lo Statuto dei Lavoratori (di cui fa parte l’art. 18) imposto dalle lotte operaie del 1969-1970.

 

La scelta referendaria rischia, per un errore di calcolo nei tempi e nei modi, di condurre ad una sconfitta simile a quella fatta dall’allora PCI e dai sindacati con il referendum sulla “scala mobile”. In quell’occasione il movimento di piazza venne dirottato sul terreno elettorale e perse nel confronto tra tutte le classi, tra i “cittadini”; in quest’occasione il referendum è sostitutivo della mobilitazione di massa e presenta come unico fine possibile alle lotte operaie e proletarie il confronto elettorale.

Quando sarebbe necessario organizzare una lotta continuativa in tutti i posti di lavoro per difendere i diritti, per contrastare le leggi delega sul mercato del lavoro (i cui lavori procedono tranquillamente in Parlamento), per gettare le basi di una futura offensiva in termini di condizioni di lavoro e di diritti, il principale se non l’unico orizzonte proposto è quello di una scadenza elettorale, cui sono chiamati a votare “tutti” (quindi anche i padroni) sui diritti dei lavoratori.

 

Per noi è stato un errore promuovere questo referendum, la lotta reale e concreta dei lavoratori non si può sostituire con le consultazioni elettorali, nè si può far finta che ci sia se invece non c’è. Per questo non abbiamo partecipato al Comitato per il SÌ e non abbiamo raccolto le firme.

 

 

Ma oggi il referendum c’è e lo scontro politico sul tema dei diritti ci è imposto da quanti vogliono levarli a tutti i lavoratori. Nell’attuale situazione la mancanza del quorum al 15 giugno, o peggio, la vittoria del NO, farebbero da battistrada alla cancellazione per tutti dell’art. 18 e ad un successivo attacco ancora più virulento ai diritti e alle condizioni dei lavoratori.

 

Per questo occorre votare SÌ

al referendum del 15 giugno

 

Indubbiamente questo non basta. Occorre organizzarsi in tutti i posti di lavoro per contrastare le leggi delega sul mercato del lavoro, le esternalizzazioni, il furto del TFR e l’annunciata ennesima riduzione delle pensioni, i contratti a perdere che ci sono imposti, i licenziamenti che continuano nelle grandi fabbriche. Ma anche tutto questo sarà più difficile se non ci sarà uno “scatto d’orgoglio” il giorno del referendum, se i lavoratori non parteciperanno in gran numero dando il segnale che hanno compreso che in gioco non è solamente l’estensione dell’art. 18, ma la difesa delle condizioni di tutti, che non accettano l’arbitrio padronale quale stile di vita all’interno dei posti di lavoro.

 

Slai Cobas

Coordinamento Provinciale di Milano

Milano, 4.6.2003


Con un maxidecreto il Governo approva la legge delega sul lavoro. A settembre entrerà in vigore. Ecco cosa contiene


ANDIAMO TUTTI A VOTARE SI'


METALMECCANICI

Il 7 maggio Fim e Uilm hanno separatamente siglato il peggiore e più devastante dei contratti nazionali dei metalmeccanici.

Oltre alle menzogne con cui tentano di coprire i falsi recuperi salariali che si vantano di aver conquistato a tarallucci e vino con Federmeccanica, le orgogliose dirigenze di Fim e Uilm nascondono di aver calato definitivamente le braghe davanti ai padroni e al Governo confindustriale.

Tutto il contratto che loro hanno firmato è pieno di rimandi alle massacranti normative sul lavoro che il Governo, con cui hanno firmato il “Pacco” per l’Italia, sta decretando.

 

Come fanno i lavoratori iscritti a Fim e Uilm a non rendersi conto che con questa vergognosa sudditanza il loro capoccioni stanno assumendosi la responsabilità storica di affossare definitivamente l’importante ruolo di autodifesa collettiva che un tempo il contratto nazionale aveva facendo scendere in campo la forza unitaria e solidale di tutti i lavoratori metalmeccanici ?

Ciliegina sopra questa merdosa torta è l’invito dell’apparato Cisl e Uil a sabotare il referendum sull’art.18. Una eventuale vittoria del sì darebbe tremendamente fastidio all’ inciuccio che loro, e molti altri, stanno tramando coi padroni per svendere a loro la nostra dignità e i nostri diritti : per farci diventare gli schiavi di cui hanno bisogno per competere sul loro mercato.

Anche all’interno dell’apparato Cgil ( e  Fiom !) circolano molti funzionari che sabotano nella pratica quello che proclamano sui palchi. Tutti quanti accomunati, questi sindacalisti a vita, dall’avere tranquillamente il culo al caldo e non ricordarsi più ( o non averlo mai addirittura provato ) cosa si sta sempre più subendo nei posti di lavoro con lo strapotere tirannico che i padroni si stanno riprendendo. Col loro consenso.

Questo referendum è un’occasione per lanciare a tutti coloro che stanno seduti sulla nostra testa un messaggio preciso. Se ne vadano loro al mare “a mostrare le loro chiappe chiare”: noi andremo a votare SI’ per mostrare che nella base dei lavoratori, che loro gestiscono secondo i loro interessi e che ricattano con infiniti strumenti, si sta accumulando una rabbia con cui dovranno fare i conti. Facciamoli cagare sotto.

Questa è la ben più enorme valenza che acquista

il referendum sull’art.18 del 15 giugno

 

Lavoratori e delegati,

a qualsiasi sindacato apparteniamo

  

ANDIAMO TUTTI A VOTARE SI'

Slai Cobas


ART.18 A TUTTI

Nessun padrone deve poter ricattare un lavoratore umiliandolo, costringendolo a subire tutto quello che vuole imporgli, impedendogli di rivendicare anche il semplice rispetto delle norme contrattuali. Cosa che avviene nelle aziende sotto i 15 dipendenti perché ai padroni è concesso di poter tranquillamente licenziare qualsiasi lavoratore senza alcun motivo.

Estendere quindi a tutti i lavoratori la tutela prevista dall’art.18 è indispensabile per opporsi a questa moderna forma di schiavitù.

il referendum sull’art.18 chiede semplicemente questo

nessun lavoratore può tirarsi indietro

 

ANDIAMO TUTTI A VOTARE SI'

E’ vero che non possiamo dimenticare che

1.      l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori non è stato conquistato con un referendum ma con le lotte operaie del 68/69. Non possiamo perciò illuderci che oggi esso possa essere esteso a tutti semplicemente con questo strumento. I diritti fondamentali non possono essere messi ai voti accettando che una maggioranza, con il no o con l’astensione, li possa “democraticamente” negare a una minoranza.

2.      La dignità umana dei lavoratori è offesa anche dalle infinite forme di lavoro precario che si stanno estendendo a macchia d’olio. I precari hanno già scritto nel DNA del loro contratto il ricatto del loro licenziamento “senza giusta causa”. L’estensione dell’art.18 deve collocarsi dentro una più generale opposizione a tutte le forme di lavoro precario che da anni sono state lasciate passare e addirittura concordate.

Votare sì a questo referendum  è importante 

anche se, al di là dell’esito che avrà, solo la costruzione di un fronte generale di lotta dei lavoratori potrà conquistare per tutti quei diritti che, con le guerre a livello mondiale e con le aggressioni padronali a livello locale, l’imperialismo capitalista vuole spazzar via. Per imporre a tutti le regole disumane dei suoi profitti.

Slai Cobas 


Approvata dal Parlamento la legge delega sul lavoro 

ora per diventare operativa ha bisogno dei decreti attuativi

che il governo intende emanare entro l'estate


PARTE IL MASSACRO VOLUTO DAL LIBRO BIANCO DI MARONI


Contro la "guerra" ai lavoratori

Contro le politiche di guerra

Dopo lo sciopero generale del 18 ottobre, proseguiamo nella lotta

             Il 18 ottobre è stata una grande giornata di lotta, milioni di lavoratori hanno scioperato e sono scesi in piazza per manifestare contro il “Patto per l'Italia”. Le manifestazioni promosse dal sindacalismo di base ed autorganizzato, caratterizzate dal rifiuto delle politiche e di guerra e della concertazione, hanno visto una partecipazione mai conosciuta prima.        

            Ma la disponibilità dimostrata dai lavoratori a mobilitarsi e lottare per la difesa dei diritti di tutti, non deve essere né fatta rifluire aspettando un nuovo sciopero tra qualche mese, né usata per ristabilire un quadro concertativo con governo e padronato.

Le dichiarazioni di Fini sulla necessità di riaprire la concertazione, subito riprese dall’Ulivo (che ha anche invitato a non fare più scioperi separati), nonché le disponibilità in questo senso manifestate dai vertici Cgil, fanno presagire che la lotta contro il “Patto per l’Italia” e l’abolizione dell’art. 18 sia lasciata in disparte, con la scusa dei contratti, delle modifiche alla Finanziaria e della politica per il meridione.

 

La mobilitazione del 18 ottobre non deve essere gettata alle ortiche! Da subito dobbiamo muoverci e organizzare una lotta a tutto campo per contrastare la “guerra ai lavoratori” e le politiche di guerra, che continuano ad andare avanti.

 

§      FIAT: deve diventare un terreno di lotta per tutti i lavoratori per non far passare nessun licenziamento. Mentre ad Arese e Termini Imerese si prepara la chiusura degli stabilimenti, in altri come Pratola Serra e Melfi si lavora a ciclo continuo su tre turni e tutta la settimana (grazie ad accordi confederali). Mentre si parla di rilanciare l’azienda con nuovi modelli, a Pomigliano un’auto viene consegnata dopo 6-8 mesi dall’ordine. Perché non si trasferisce parte di questa produzione negli stabilimenti che si vogliono chiudere, portando via le linee esistenti? Perché accettare che ci siano degli operai senza lavoro e degli altri massacrati dai turni di lavoro? Alla volontà padronale di chiudere oggi ad Arese e Termini Imerese, per chiudere domani altri stabilimenti, opponiamo la riduzione generalizzata della giornata lavorativa e dei giorni di lavoro a parità di salario, il blocco dei turni notturni e dei sabati lavorativi comandati!

§      PATTO PER L’ITALIA: la sua trasformazione in legge va avanti. Il ddl 848 è già stato approvato al senato e deve andare alla Camera. Prepariamoci alla discussione in Parlamento con assemblee nei posti di lavoro e con mobilitazioni e iniziative di lotta che effettivamente colpiscano la produzione, non aspettiamo che sia approvata la legge. Questa è l’unica strada per preparare le condizioni.

§      CONTRATTI: rifiutiamo la logica concertativa, richiediamo aumenti che effettivamente siano superiori all’inflazione reale, siano egualitari e respingano la logica del salario a persona deciso dall’azienda. Contrastiamo tutte le divisioni normative e salariali tra lavoratori, imponiamo le trasformazioni automatiche in contratto a tempo indeterminato dei contratti a formazione lavoro, a termine, ecc. Iniziamo a formulare piattaforme che rappresentino realmente gli interessi dei lavoratori.

§      GUERRA: non aspettiamo che l’Iraq sia attaccato. Non aspettiamo che gli USA impongano la loro risoluzione all’ONU (che è uno strumento di copertura della loro politica e delle loro scelte), né confidiamo che al momento della Risoluzione la Russia e la Francia esercitino effettivamente il diritto di veto. Le politiche di guerra possono essere contrastate solo da una mobilitazione preventiva!

 

Sindacato dei Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale

Coordinamento Provinciale di MilanoViale Liguria 49, 20143 Milano, fip. 24/10/02

Tel./Fax 02.8392117, internet: http://userspace.ats.it/free/cobaslai/ , infoslai@libero.it


Comunicato Stampa
  

Riesce in tutta Italia lo sciopero generale indetto dal sindacalismo di base ed autorganizzato, vastissima è stata la partecipazione alle manifestazioni organizzate. A Milano oltre 1.000 lavoratori dell'Alfa di Arese in testa al corteo.

Oggi nelle piazze si è espressa un'opposizione sociale contro le politiche di guerra, contro la "guerra" ai lavoratori ed il sindacalismo di base ed autorganizzato ha dimostrato di potersi muovere con le proprie gambe e con la propria autonomia organizzativa, coinvolgendo nello sforzo operai e impiegati, lavoratori a tempo indeterminato e a tempo determinato, precari e senza lavoro, centri sociali, studenti, pensionati, immigrati, ecc.

Una giornata di lotta preparata e condotta unitariamente con tutti i lavoratori scesi in sciopero contro l'abolizione dell'art. 18 e il Patto per l¹Italia, ma contraddistinta dal rifiuto di indirizzare la mobilitazione all'ottenimento del ripristino dei meccanismi di concertazione col governo e col padronato, come è invece negli obiettivi della CGIL. Concertazione che è una delle cause che hanno contribuito a creare l'attuale situazione di pesantissimo attacco contro i lavoratori.

Una straordinaria mobilitazione contro un governo e un padronato che, mentre promettono nuova occupazione, predispongono 8.100 cassaintegrazioni alla Fiat, vere e proprie anticamere del licenziamento. Una crisi dell'industria automobilistica resa anche possibile perché, mentre si vogliono chiudere degli stabilimenti (Arese e Termini Imerese), in altri (Pratola Serra e Melfi) si lavora con ritmi e cadenze altissimi, su tre turni, il sabato e la domenica; grazie ad accordi a suo tempo sottoscritti da Cgil-Cisl-Uil.

Il sindacalismo di base ed autorganizzato continuerà su questa strada fin da domani, con mobilitazioni e iniziative nei posti di lavoro e nelle piazze, dando appuntamento a tutti i lavoratori per manifestare ancora

Slai Cobas
Sindacato dei Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale
Coordinamento Nazionale

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18/10/2002


Contro le politiche di guerra - Contro la guerra ai lavoratori


venerdì 18 ottobre 2002

sciopero generale nazionale

di tutta la giornata


la "Rambouillet" irachena


Comunicato stampa

Pomigliano d'Arco

 

Contro il "Patto per l'Italia" massiccia l'adesione operaia agli scioperi di Slai Cobas e Fiom

paralizzata la produzione in Fiat, Alenia, Alfa Avio e collegate aziende terziarizzate
Assemblea pubblica in piazza Primavera

 

La coincidenza delle 8 ore di sciopero per ogni turno di lavoro indette dallo Slai Cobas nel più grande complesso industriale del mezzogiorno, quello di Pomigliano d'Arco, con le 4 ore indette dalla Fiom (trasformate all'ultimo minuto alla Fiat in 8 ore per turno) ha portato a livelli altissimi (circa il 95%) l'adesione operaia alla protesta contro il "Patto per l'Italia".

La straordinaria riuscita della mobilitazione era nell'aria, già preannunciata dagli scioperi articolati indetti lo scorso lunedì dallo Slai Cobas alla Fiat e nelle terziarizzate che, all'indomani della firma dell'accordo, paralizzarono per un'ora tutte le linee di montaggio.

Le motivazione della lotta sono state ribadite nell'affollata assemblea pubblica svoltasi in piazza Primavera e indetta dallo Slai Cobas in cui Vittorio Ganillo, Domenico Mignano, Michele Romano e Mara Malavenda hanno sottolineato «la necessità dell'immediata generalizzazione delle lotte come unica ed efficace risposta per bloccare lo "scellerato patto" e la sua imminente trasformazione in legge: grave sarebbe rimandare le lotte in autunno o peggio pensare di delegare la risposta ad effimeri referendum da tenersi tra più di un anno». Gli interventi hanno inoltre evidenziato lo «stretto collegamento tra i 15.000 licenziamenti in atto in Fiat e nell'indotto (circa 2000 negli ultimi 2 anni già attuati a Pomigliano), l'imminente chiusura dell'Alfa di Arese,  e le politiche di precarizzazione del rapporto di lavoro poste in atto dal governo Berlusconi e da quelli che li hanno preceduti».

Slai Cobas  Pomigliano

12/7/2002


Un “patto”  CONTRO   i  lavoratori

Lasciate perdere per un attimo le parole di MaroniBerlusconiAngelettiPezzottaD’Amato,

 i telegiornali del Presidente, i giornali del fratello