Da: la Repubblica.it - 30 settembre 2009
Conclusa l'inchiesta della Procura di Paola, in provincia di Cosenza, sulla Marlane
Il lavoro dei magistrati è durato anni. Il primo fascicolo nel '99, un altro nel 2006Morti quaranta operai nella fabbrica tessile
Il tumore dopo una vita a respirare colorantiLa Marlane di Praia
di CARLO CIAVONI e ANNA MARIA DE LUCAPAOLA - Ne sono morti quaranta di cancro. Altri sessanta hanno lo stesso male e sono ancora vivi. Erano tutti operai, colleghi, per anni fianco a fianco nell'azienda tessile Marlane, in provincia di Cosenza, a Praia a Mare. La Procura di Paola ha concluso le indagini, durate anni, e ha ipotizzato i reati di omicidio colposo dei dipendenti, la cui morte è stata attribuita alle condizioni di lavoro, e inquinamento ambientale.
Sono stati anni difficili per i parenti delle vittime, difficili per gli ex operai che dopo anni di lavoro in fabbrica combattono contro tumori che hanno colpito la vescica, o i polmoni, l'utero o la mammella. Le fasi delle indagini sono, per il momento, concluse, si attende ora la decisione di rinvio a giudizio di una decina di indagati.
Ci sono voluti anni e anni di indagini, prima lungo un doppio percorso, poi riportate in un unico fascicolo, per dimostrare la connessione tra i decessi e l'uso di alcune sostanze usate nella fabbrica di coloranti azoici, che contengono "ammine aromatiche", indicate da una ampia letteratura scientifica come responsabili delle insorgenze tumorali.
Tre procedimenti - il primo iscritto nel '99, il secondo nel 2006 (con sette indagati) e il terzo nel 2007 (con quattro indagati) - che il Procuratore Capo Bruno Giordano ha fatto confluire in un unico fascicolo. Più di mille operai hanno lavorato nell'azienda fondata negli anni '50 dal conte Rivetti. Si producevano tessuti di vario tipo, per lo più divise militari. Fino alla metà degli anni Sessanta, nella Marlane esistevano dei muri divisori tra i reparti.
Poi l'azienda passò dal Lanificio Maratea, nel 1969, all'Eni - Lanerossi. In quell'anno i muri che dividevano i reparti furono abbattuti e così la fabbrica diventò un unico ambiente di lavoro: la tessitura e l'orditura, trasferite dal lanificio del vicino comune di Maratea, vennero inserite tra la filatura e la tintoria, senza alcuna divisione fisica. E così i fumi saturi di sostanze chimiche di coloritura, provenienti dalla tintoria si espandevano ovunque. Una nube permanente e densa sugli operai.
A chi lavorava su certe macchine, alla fine della giornata veniva donata una busta di latte per disintossicarsi. Era l'unica contromisura proposta, che evidentemente non poteva bastare. I coloranti - quelli che generalmente vengono contenuti nei bidoni con il simbolo del teschio - venivano buttati a mano dagli operai in vasche aperte, dove ribollivano riempiendo di fumi l'ambiente e le narici dei lavoratori.
Senza aspiratori funzionanti. Gli operai tossivano e i loro fazzoletti diventavano neri. E poi c'era l'amianto. L'azienda dice di non averlo usato, ma chi ha lavorato nello stabilimento sa bene che i telai avevano freni con le pastiglie d'amianto, che si consumavano spesso e dalle quali usciva polvere respirata da tutti.
Nel corso del 1987 il gruppo tessile Lanerossi - già appartenente al gruppo ENI, di cui faceva parte la Marlane di Praia a Mare - venne ceduto alla Marzotto di Valdagno, che ne detiene ancora la proprietà. Negli anni '90 la svolta: arrivarono le vasche a chiusura, dove i coloranti potevano ribollire senza riempire l'aria di vapori. Ma per molti operai fu troppo tardi, dopo decenni di inalazioni tossiche. Nel 96 la tintoria è stata chiusa. Oggi l'azienda è vuota. Dismessa.
"Le indagini sono praticamente chiuse - ha dichiarato il Procuratore Capo di Paola, Bruno Giordano - recentemente abbiamo richiesto un ultimo sequestro preventivo che il gip ha emesso relativo all'area circostante lo stabilimento e credo che sia stato l'ultimo passo istruttorio da parte nostra.
Ora aspettiamo solo di chiudere formalmente le indagini". La Procura di Paola ha infatti sequestrato il terreno circostante l'azienda: sotto, tonnellate di rifiuti industriali. Sostanze che erano nocive ancora prima di diventar rifiuti e che per questo avrebbero dovuto seguire l'iter di smaltimento secondo legge. Ma evidentemente qualcuno ha preferito seppellirli lì. Per questo, all'indagine iniziale sulle morti bianche se ne è aggiunta una seconda: non si indaga solo sulle modalità del ciclo di produzione ma anche sull'interramento dei rifiuti. Così oggi la fabbrica, chiusa da cinque anni, non è sotto sequestro ma i terreni circostanti sì.
Secondo la Procura, gli operai deceduti potrebbero essere più di ottanta: non tutte le famiglie dei deceduti infatti hanno sporto denuncia. Per questo il dottor Giordano ha costituito un gruppo di lavoro per individuare tutte le eventuali parti offese. Per molti operai, tuttavia, sarà dificilissimo avere giustizia: tanti sono i casi caduti in prescrizione. Con la legge Cirielli, infatti, solo i decessi a partire dagli anni '90 possono rientrare nella vicenda giudiziaria in corso.
Le prime morti risalgono agli inizi degli anni '70. Tra i primi, nel '73, due trentenni che lavoravano con gli acidi. E così via. Qualcuno sostiene che i morti siano un centinaio, ma secondo l'azienda sarebbero "solo" una cinquantina. Dato, questo, che rivelerebbe un rischio pari a un caso su un totale di 1058 operai, nell'arco di 40 anni. Motivo per cui l'azienda non vuole riconoscere il nesso di causalità tra le morti e le sostanze lavorate in fabbrica per decenni.
Non è dello stesso avviso il prete del paese, che ha celebrato più di ottanta funerali di operai. E non lo sono neanche le vedove, gli orfani di padri morti dopo una vita trascorsa in fabbrica. E poi c'è la storia di un operaio ammalato di cancro, Luigi Pacchiano, che ha trovato il coraggio di far causa alla Marlene - e che ha denunciato di aver ricevuto minacce per la sua azione legale - ma a cui poi l'Inail ha riconosciuto la malattia professionale ed ha ottenuto dal tribunale di Paola un risarcimento di 220 mila euro.
Ma le questioni sulla Marlene non finiscono qui. Ci si interroga sui finanziamenti dall'Unione europea e dalla Regione, sulle storie di precariato e cassa integrazione, sui sindacati e sui partiti e persino, come si può leggere nei rapporti del Ministero della Sanità, sul mare non balneabile di fronte alla fabbrica, nonostante ci fosse un depuratore.
Comunicato stampa
LA MARLANE DEI VELENI
Sono occorsi oltre dieci anni di lotte ai lavoratori dello SLAI Cobas per vedersi riconosciute le rivendicazioni sulle svariate decine o centinaia di morti per patologie tumorali registratesi fra i lavoratori della Marlane Marzotto di Praia a Mare. L’inquinamento del terreno di pertinenza, del mare adiacente la fabbrica, i fanghi di depurazione smaltiti presso discariche abusive – ne fanno fede i verbali dei Carabinieri comminati ai camion che li trasportavano – e molto probabilmente delle falde acquifere, tutto è passato al vaglio attento degli organi inquirenti. Ora è ufficiale: oggi la Procura di Paola ha reso noto di aver chiuso le indagini ed ha annunciato il rinvio a giudizio per i dirigenti ed i tecnici indagati. Fondamentalmente due i capi d’imputazione, truffa e omicidio colposo, tuttavia sul secondo capo la quasi totalità dei legali nominati propendono per modificarlo in omicidio volontario con dolo eventuale. Grande soddisfazione nei lavoratori denuncianti che, resistendo con coraggio a ricatti e minacce d’ogni genere, per molti anni hanno tenuto testa alle prevaricazioni della multinazionale del tessile valdagnese. I decessi e gli ammalati sono tanti e ancora molti coloro che al termine di una incubazione di decenni potrebbero soccombere vittime del male che non perdona. Ben tre archiviazioni si sono succedute nel corso degli anni e tutte e tre sono state fatte oggetto di opposizione fidando in una giustizia degna di tale nome. Poi è stato un crescendo, nonostante l’atteggiamento poco professionale di patrocinatori dalla dubbia deontologia. Ora il caso Marlane finalmente è approdato agli onori della cronaca, conquistandosi quello spazio mediatico che la gravità del caso meritava e non da ora. Eppure tutti sapevano. Lo sapevano i sindacati confederali locali più attenti a curare l’indotto che l’interesse generale ed i politici dai vari colori, lo sapevano i lavoratori della fabbrica ai quali il bisogno da sempre ha consigliato il silenzio, lo sapevano le istituzioni puntualmente rese edotte su ciò che avveniva in questa fabbrica “apportatrice di benessere”. Eppure di soldi pubblici questa fabbrica ne ha macinati tanti, al punto da far dire ad un funzionario dell’Ispettorato: “Se avessero dato a tutti i cittadini praiesi i soldi spesi per l’azienda ne avrebbero fatto un paese di milionari”. Della massa di denaro quasi nulla è stato destinato alla salvaguardia dei lavoratori, nonostante le varie leggi succedutesi nel tempo a loro tutela. Lo SLAI Cobas, unico sindacato coerentemente a fianco degli operai in lotta nel processo che seguirà si costituirà parte civile, orgoglioso del successo ottenuto per la prima volta in Italia in un’azienda del settore tessile.
Alberto Cunto
Coordinatore Prov.le Slai Cobas
Praia a Mare, 30.09.09
AVVISO:
E' confermata per le 10.30 di sabato 13 settembre, presso l'Hotel Calabria di Praia a Mare, l'Assemblea Nazionale dello SLAI Cobas, avente per oggetto la locale Marlane Marzotto, fabbrica tessile ora dismessa che ha prodotto negli anni svariate decine di vittime per patologie tumorali.
I compagni che volessero info per raggiungere la sede dell'Assemblea possono contattare Alberto al N° di cellulare 3883649126 oppure Luigi al N°3392683510.
Precisazione per chi avesse aderito e desiderasse pranzare nel ristorante dell'albergo:
La direzione dell'Hotel ha pregato di prenotare entro domani venerdì 12 settembre.Slai Cobas Marlane Marzotto
11-9-2008
ASSEMBLEA NAZIONALE DELLO SLAI COBAS A PRAIA A MARE
Si terrà a Praia a Mare il 13 settembre presso l’Hotel Calabria l’Assemblea Nazionale dello Slai Cobas, vertente fondamentalmente sulle svariate decine di neoplasie tumorali registratesi negli anni presso il locale stabilimento, che lo vedrà coinvolto quale parte civile nel processo penale che sta per essere istruito nei confronti della Marzotto casa madre della Marlane. Ci sono voluti ben dieci anni, due lustri di solitaria e coerente lotta, per coronare gli sforzi nei confronti della nota multinazionale del tessile vicentina. Ora in molti verranno chiamati a dar conto del comportamento distratto, dai rappresentanti istituzionali ai sindacalisti confederali che, è utile ricordarlo, in ambito aziendale gestivano l’indotto unitamente al responsabile del personale. Dovranno trovare una giustificazione anche alcuni funzionari dell’Ispettorato del Lavoro, l’ ASL in proprio e in solido coi medici di base, nonchè i sindaci in qualità di responsabili della salute dei cittadini. Resta l’orgoglio di aver affrontato per primi in Italia il problema della pericolosità nel tessile scontrandoci coi silenzi complici ad ogni livello e vantare la priorità di aver fatto approdare su Internet la lotta sindacale e di classe. La salute non ha prezzo, lo dovrebbero sapere bene tutti coloro che a vario titolo hanno la responsabilità di tutelarla. Dov’erano i medici aziendali quando nei lavoratori si palesavano le patologie e perché i medici di base, gli stessi che ad ogni decesso per tumore hanno scritto sulle schede necroscopiche o Istat “deceduto per complicazioni cardio-circolatorie” ? Ci si chiede quanto valga per molti padroni la vita di un operaio, la risposta è che vale molto meno del più stupido macchinario, spesso acquistato coi soldi di tutti come è accaduto per la Marlane Marzotto. Quante sono le vittime dell’azienda praiese forse non lo sapremo mai, anche se la Procura della Repubblica di Paola ha finora condotto indagini su una ottantina di unità, ma la spada di Damocle pende costantemente sul collo di tutti coloro che in cinquant’anni di attività in questa fabbrica vi hanno trovato sostentamento. Di tutto questo si parlerà nell’Assemblea di sabato, come sempre in modo realistico e con grande senso di responsabilità.
Alberto Cunto - Slai Cobas Cosenza8-9-2008
Vibo, sciopero della fame dipendenti "Proserpina"
Lunedì 25 Agosto 2008 21:08I 24 lavoratori della "Proserpina", la societa' di Vibo Valentia per la raccolta dei rifiuti, a capitale misto, dichiarata fallita, dopo aver passato l'estate in "ferie forzate", dinanzi alla prefettura e negli uffici della societa' senza ricevere un soldo, da stamattina hanno iniziato lo sciopero della fame. Da cinque mesi non percepiscono denaro, nonostante le prestazioni erogate ed i diritti acquisiti in anni di lavoro. "Avevamo chiesto un acconto di circa 500 euro, per le spese correnti. Ma non sono arrivate garanzie e rassicurazioni neanche in questa direzione. Siamo nei guai fino al collo - hanno spiegato -. Perche' i debiti contratti in questi mesi crescono, e non abbiamo piu' la possibilita' di fare fronte agli impegni presi. Una situazione davvero al limite, rispetto alla quale qualcuno dovra' assumersi le proprie responsabilita'. A partire dalla classe politica. Adesso noi vogliamo risposte. Per questa inaccettabile indifferenza, mentre dalla sede della "Proserpina" dove sono asserragliati, fa sapere anche Nazzareno Piperno, coordinatore provinciale dello Slai Cobas, che i lavoratori non si muoveranno fino a quando non arriveranno risposte concrete alle loro istanze". (AGI)
In un clima di muro contro muro e di palese ostruzionismo, allo sciopero dei precari socialmente utili e di pubblica utilità del Comune di Serra San Bruno (VV) hanno partecipato circa la metà dei lavoratori. Consideriamo più che buona questa partecipazione, tenendo conto che, su un totale di settanta lavoratori, dodici erano stati contingentati (secondo noi illegittimamente) per la garanzia dei servizi minimi e altri erano in ferie o in malattia.
Nei giorni precedenti l’Amministrazione comunale aveva pubblicamente attaccato lo Slai Cobas indicandolo, con la scusa di informare la cittadinanza, come responsabile degli eventuali disagi nei servizi pubblici e invitando i lavoratori ad avanzare passivamente le proprie lagnanze “aldilà della rappresentanza sindacale”. Oltretutto, nel numero dei lavoratori contingentati è stato provocatoriamente incluso uno dei rappresentanti aziendali dello Slai Cobas, che ovviamente ha scioperato ugualmente. L’Amministrazione ha proseguito nel suo atteggiamento di chiusura verso le ragioni dei lavoratori rifiutando ogni confronto, ma la lotta continua. Di seguito riportiamo il testo del volantino diffuso durante il sit-in davanti alla sede comunale.Il 15 maggio 2008
SCIOPEROdei lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità del Comune di Serra San Bruno, per protestare contro l’accordo sottoscritto il 20 marzo 2008 dall’Amministrazione comunale e dai segretari confederali di CGIL e CISL, riguardante la procedura per la modifica delle qualifiche e l’orario settimanale di servizio.
L’accordo, firmato alle spalle dei lavoratori, apporta un sostanziale peggioramento rispetto a quanto previsto dal Disciplinare regionale, introducendo il lavoro notturno, domenicale e festivo, lo spezzettamento della giornata lavorativa e la discriminazione nella possibilità di miglioramento delle qualifiche.
I sindacati firmatari, CGIL e CISL, si sono prestati ad appoggiare la politica arrogante e punitiva dell’Amministrazione comunale contro gli interessi dei loro stessi iscritti, non tenendo in alcun conto le proteste e la contrarietà che i precari hanno manifestato contestandoli in due assemblee convocate successivamente alla firma dell’accordo e raccogliendo le firme (oltre due terzi dei lavoratori) per chiederne il ritiro.
L’Amministrazione comunale ha assunto un atteggiamento di assoluta indifferenza verso le ragioni dei lavoratori; l’interesse si è destato solo negli ultimi giorni, quando i dirigenti responsabili del personale hanno firmato vari ordini di servizio che obbligano parecchi Lsu/Lpu alla non partecipazione allo sciopero, includendo nel numero anche il rappresentante aziendale dello Slai Cobas. Quest’ultimo provvedimento è chiaramente provocatorio e antisindacale, perché mirato verso uno dei promotori principali dello sciopero, riconosciuto dai compagni di lavoro, ed è questa l’unica vera legittimazione di cui un attivista sindacale ha bisogno.
Gli ordini di servizio emessi sono illegittimi perché non rispettano la legge e gli accordi vigenti: riguardano alcuni servizi non essenziali, in altri il numero degli operai contingentati supera il livello massimo previsto, e comunque il tutto è illegittimo alla radice, perché i contingentamenti si fanno in base ad accordi decentrati che il Comune di Serra San Bruno non ha mai sottoscritto.
Lo sciopero del 15 maggio assume quindi una doppia importanza:
per il ritiro di un accordo che peggiora le condizioni di lavoro dei precari Lsu/Lpu;
per la difesa del diritto di sciopero.
Serra San Bruno, 10 maggio 2008
Slai Cobas Serre Calabre
Comunicato stampa
Lo Slai Cobas Serre Calabre ha indetto lo sciopero dei lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità del Comune di Serra San Bruno per l’intera giornata del 15 maggio prossimo, per protestare contro l’accordo di concertazione sottoscritto il 20 marzo 2008 dall’Amministrazione comunale e dai segretari confederali di CGIL e CISL, riguardante la procedura per la modifica delle qualifiche e l’orario settimanale di servizio.
L’accordo, firmato tra le parti alle spalle dei lavoratori, apporta un sostanziale peggioramento rispetto a quanto previsto dal Disciplinare regionale, introducendo il lavoro notturno, domenicale e festivo, lo spezzettamento della giornata lavorativa e la discriminazione nella possibilità di miglioramento delle qualifiche.
I sindacati firmatari, CGIL e CISL, non solo si sono prestati ad appoggiare la politica arrogante e punitiva dell’Amministrazione comunale contro gli interessi dei loro stessi iscritti, ma non hanno nemmeno tenuto in alcun conto le proteste e la contrarietà che i precari hanno manifestato in due assemblee successive da loro stessi convocate; contrarietà confermata anche da una richiesta di ritiro firmata da oltre due terzi dei lavoratori. Durante il periodo che la legge impone, prima dello sciopero, per l’avvio di eventuali procedure di conciliazione, l’Amministrazione comunale ha proseguito nel suo atteggiamento di indifferenza verso le ragioni dei lavoratori; l’interesse si è destato solo negli ultimi giorni, dopo la proclamazione formale dello sciopero, quando i dirigenti responsabili del personale, interpretando la legge che regola gli scioperi nei servizi pubblici essenziali in un modo che riteniamo palesemente illegittimo, hanno firmato vari ordini di servizio che obbligano parecchi lavoratori alla non partecipazione allo sciopero, includendo nel numero anche il rappresentante aziendale dello Slai Cobas; provvedimento, quest’ultimo, che è chiaramente provocatorio e antisindacale. I dirigenti e gli amministratori dovrebbero invece sapere che la legge prevede sì che durante gli scioperi vengano garantiti alcuni servizi minimi, ma definisce il quadro generale lasciando all’accordo tra le parti e non all’arbitrio di chicchessia l’individuazione di quali servizi debbano essere garantiti, in quale misura e con quale organico.
Di tutto ciò, comunque, ci riserviamo di chiedere ragione nelle sedi opportune.
Lo sciopero del 15 maggio assume quindi una doppia importanza: per il ritiro di un accordo che peggiora le condizioni di lavoro dei precari Lsu/Lpu e per la difesa del diritto di sciopero che, ricordiamo, è un diritto costituzionalmente garantito.Serra San Bruno, 10 maggio 2008
Slai Cobas Serre Calabre
Sindacato Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale
Sede sindacale - via Filangieri 1 - 89822 Serra S. Bruno (VV)
Tel./Fax 0963. 772372 - E-mail slaicobas.serra@libero.it
P.IVA 96007330796Al Prefetto di Vibo Valentia
Al Sindaco del Comune di Serra San Bruno
All’Assessore al personale del Comune di Serra San Bruno
Al Segretario Generale del Comune di Serra San BrunoOggetto: dichiarazione dello stato di agitazione.
Visto l’accordo di concertazione sottoscritto in data 20 marzo 2008 dall’Amministrazione comunale di Serra San Bruno e dai segretari confederali di CGIL e CISL, riguardante la procedura per la modifica delle qualifiche e le tipologie d’utilizzo dell’orario settimanale di servizio dei lavoratori Lsu/Lpu del Comune di Serra San Bruno;
considerato che:
l’accordo è stato siglato tra le parti senza che i lavoratori siano stati informati preventivamente;
i contenuti dell’accordo apportano un sostanziale peggioramento dei diritti dei lavoratori rispetto a quanto previsto dal Disciplinare regionale di utilizzo, introducendo una forte flessibilità dell’orario di lavoro e una discriminazione nella possibilità di miglioramento delle qualifiche;
le sigle sindacali firmatarie contano solo una piccola minoranza di iscritti tra i lavoratori Lsu/Lpu del Comune, mentre non è stata consultata la scrivente O.S. maggiormente rappresentativa tra i lavoratori in questione;
in due assemblee successive alla firma dell’accordo, convocate dai sindacati firmatari, i lavoratori hanno chiaramente espresso la loro contrarietà, confermata anche da una richiesta di ritiro firmata da oltre due terzi degli interessati.
La scrivente O.S. dichiara lo stato di agitazione per l’attivazione delle procedure di raffreddamento e conciliazione, riservandosi la proclamazione dello sciopero per l’immediato ritiro dell’accordo, ai sensi dell'art. 2 comma 2 della legge 146/1990, come modificata dalla legge n. 83/2000.
Serra San Bruno, 24 aprile 2008p. Slai Cobas Serre Calabre
Comunicato stampa
Il 20 marzo scorso è stato firmato un accordo (reso noto solo dopo due settimane) tra L’Amministrazione comunale di Serra San Bruno e i rappresentanti provinciali di CGIL e CISL, che ha per oggetto la procedura di modifica delle qualifiche dei lavoratori precari Lsu/Lpu e nuove disposizioni in materia di orario di lavoro.
Tralasciando per il momento la questione della modifica delle qualifiche, che nelle intenzioni dei firmatari dovrebbe rappresentare un “contentino”, ma che è legata ad una poco convincente procedura burocratica e che nella migliore delle ipotesi riguarderà solo una piccola minoranza di precari, il punto centrale dell’accordo è l’orario di lavoro.
Il Disciplinare in vigore, che regola i rapporti tra Lsu/Lpu e gli Enti di appartenenza e che è stato approvato dalla Regione e dagli stessi sindacati confederali, prevede che il normale orario di lavoro vada da lunedì a venerdì e che in caso di orario giornaliero frazionato tra mattina e pomeriggio, l’intervallo non sia superiore ad un’ora.
L’accordo prevede invece espressamente il lavoro notturno, domenicale e festivo, e la possibilità di spezzare la giornata lavorativa in due parti con un intervallo di quattro ore (cosicché un operaio svolgerebbe la sua giornata di sei ore in un periodo di dieci ore). E’ previsto che il Comune paghi le maggiorazioni per i notturni e i festivi effettivamente lavorati ma, considerando il ritardo cronico nel pagamento di spettanze varie, per i precari c’è poco da stare allegri. Il fatto che il Comune possa richiedere le prestazioni lavorative festive solo “in caso di esigenze momentanee e particolari” non rappresenta una garanzia, in una situazione in cui l’emergenza e la provvisorietà sono la regola.
Già un anno fa era stato firmato un pre-accordo che tra l’altro prometteva il pagamento dell’indennità di missione agli addetti al trasporto dei rifiuti presso la discarica di Lamezia, dato che i precari Lsu/Lpu, sempre secondo il Disciplinare, non potrebbero svolgere le loro mansioni fuori dal territorio comunale. I lavoratori hanno continuato a portare i rifiuti a Lamezia, ma nessuno di loro ha mai ricevuto un centesimo.
La sostanza dell’accordo sottoscritto è quindi l’imposizione di una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro, con una perdita secca di diritti dei precari che non avranno la possibilità di opporsi all’arbitrio della controparte che già in passato si è distinta con ordini di servizio e trasferimenti dal chiaro intento punitivo. Viene inoltre confermata la prassi consolidata di firmare accordi senza che i lavoratori interessati sappiano niente, senza che né i loro sedicenti rappresentanti sindacali né gli amministratori comunali si preoccupino di chiedere il loro parere vincolante su questioni che li riguardano direttamente, anche perché sanno di non averne il consenso, come ha verificato di persona il rappresentante della CGIL duramente contestato in assemblea.
Precedentemente l’Amministrazione comunale aveva approvato la privatizzazione della gestione e manutenzione dell’illuminazione pubblica per un periodo di venti anni. Al di là del fatto, certamente non secondario, che le privatizzazioni dei servizi pubblici, per esperienza comune, si sono sempre risolte in un peggioramento degli stessi servizi e in un aumento dei costi per i cittadini, c’è un altro aspetto della questione che nessun gruppo politico, né di maggioranza né di opposizione, ha preso in considerazione.
I servizi pubblici di pertinenza del Comune (acqua, illuminazione, rete fognaria, strade, rifiuti ecc.) sono i settori nei quali dovrebbero trovare posto i precari Lsu/Lpu in una prospettiva di stabilizzazione. Del resto, da oltre un decennio questi servizi sono in larga misura garantiti (gratis per il Comune) dagli Lsu/Lpu. Ma se invece i servizi vengono privatizzati che prospettive di stabilizzazione ci sono?
Oggi si privatizza l’illuminazione pubblica, domani magari la manutenzione di rete idrica, fogne e strade, mentre intanto si calpestano i diritti dei lavoratori con accordi sottobanco e si fa finta di niente davanti alle condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza sul posto di lavoro a dir poco indecenti.
I fatti concreti e le tante promesse non mantenute degli ultimi anni dimostrano a sufficienza che la soluzione del problema della precarietà non rientra nei programmi effettivi della “casta” politico-sindacale, al di là del diluvio di parole che ci cade addosso nelle campagne elettorali. Di questo i lavoratori devono tenere conto e fare affidamento solo sulle proprie forze.Slai Cobas Serre Calabre
Serra San Bruno, 08/04/2008
Da: Giornale di Calabria
PROSERPINA SPA: SCIOPERO
I dipendenti della Proserpina spa, occupati nella raccolta differenziata dei rifiuti nei cinquanta comuni del Vibonese, si sono barricati negli uffici dell'azienda per protestare contro la decisione della società di sospendere il servizio.
Da cinque giorni a questa parte, i lavoratori, messi in mobilità, pur di non restare con le mani in mano, svolgevano lavori di manutenzione nel capannone di località Aeroporto, ma ieri mattina, guidati dal coordinatore provinciale dello Slai Cobas Nazzareno Piperno, hanno occupato la sede dell'azienda.
Vazzana (VV): smascherate le trame della Ecocall di Vazzano ma il Tribunale di Vibo Valentia ordina al padrone la riassunzione di Domenico Martelli e non la reintegrazione!
Comunicato stampa Slai Cobas
Ci risiamo.
Per la seconda volta in pochi mesi il Giudice del Lavoro di Vibo Valentia ha smascherato l'inconsistenza e l'illegalità delle trame ordite dalla Ecocall di Vazzano al solo fine di liberarsi di un lavoratore non gradito colpevole evidentemente di essersi fatto sparare mentre svolgeva il proprio lavoro.
Stiamo parlando della vicenda di Martelli Domenico, lavoratore in forza alla Ecocall di Vazzano che annovera tra i suoi soci imprenditori del calibro di Pippo Callido, Antonio Gentile e Rocco Letizia, tra l'altro esponenti di spicco dell' Assindustria di Vibo Valentia, che, evidentemente, non hanno niente di meglio da fare che combattere una guerra personale nei confronti di un singolo lavoratore.
Non altrimenti può spiegarsi l'accanimento con cui da oltre un anno l'azienda ha preso di mira il Martelli non fermandosi di fronte a nulla pur di liberarsi della sua presenza poco gradita per motivi francamente incomprensibili.
L'unica colpa del Martelli, infatti, è quella di essere rimasto vittima anni fa di un ferimento all’interno dell’azienda medesima le cui conseguenze è destinato a portare con sé per tutta la vita.
Al ritorno dalla convalescenza l'azienda provvide subito a dare il bentornato al lavoratore dicendogli chiaramente che il rapporto si sarebbe dovuto interrompere a causa delle sue condizioni di salute!!!
Di fronte al legittimo rifiuto del Martelli delle nuove penalizzanti condizioni impostegli, cominciò per lui un periodo molto difficile all'interno dell'azienda che culminò nel dicembre 2006, in un clamoroso licenziamento, prontamente impugnato ed annullato dal Giudice del Lavoro con un provvedimento poi confermato anche dal Tribunale in sede di reclamo.
Morale della favola: lavoratore reintegrato ed Ecocall smascherata nelle sue reali intenzioni.
Ma chi pensava che il discorso tosse finito là si sbagliava.
Poteva mai la Ecocall e con essa i suoi “potenti” soci - Callipo, Gentile, Letizia - ¬accettare la sconfitta da parte di un singolo lavoratore?
Giammai.
Ed ecco che di fronte all’apparente normalizzazione della situazione, l'azienda brigava nell'ombra per cercare altre strade per disfarsi del lavoratore.
Manovre culminate in un ulteriore licenziamento intimato nel mese di agosto 2007 a pochi mesi dal precedente!
Incredibile: due licenziamenti a carico dello stesso lavoratore intimati in pochi mesi. Se non è persecuzione questa!
Ma andiamo avanti: nuova impugnazione, nuova causa e nuovo provvedimento di illegittimità del licenziamento emesso nello scorso mese di dicembre 2007, con un nuovo clamoroso smascheramento delle intenzioni dell'azienda disposta a tutto anche a perdere la faccia pur di allontanare il lavoratore.
L’unica differenza -che a ben vedere finisce con il rendere ancor più palesi le vere intenzioni dell'azienda - è che il Giudice del Lavoro, in questa occasione, con la propria decisione, ha ritenuto applicabile la tutela obbligatoria invece di quella reale e, quindi, non ha disposto la reintegrazione ma la riassunzione.
Obbligo del quale l'azienda può liberarsi pagando al lavoratore l'indennità prevista dal medesimo Giudice, ed evitando cosi la riassunzione.
E che cosa ha fatto l’Ecocall? Neanche a dirlo: lungi dal riassumerlo ha deciso guarda caso di liberarsi di lui pagandogli l'indennità!
Più palese di cosi non crediamo potesse manifestarsi la vergognosa intenzione dell’Ecocall di liberarsi del lavoratore.
Inutile dire che non è finita qui: il provvedimento verrà impugnato dallo Slai Cobas perché se a marzo 2007 l’Ecocall rientrava nel campo di applicazione della tutela reale, per come stabilito dallo stesso Tribunale, non si vede perché ad agosto 2007 la stessa debba rientrare nell' ambito della tutela obbligatoria.
A ciò si aggiunga che il lavoratore Martelli, sabato 12 gennaio 2008, è stato invitato per rendere testimonianza della propria clamorosa ed aberrante vicenda dal Coordinamento Nazionale dello Slai Cobas per decidere in quella sede tutte le iniziative da intraprendere a tutela del lavoratore e contro l’Ecocall.
Ciò che preme sottolineare in questa sede è come ancora una volta il licenziamento ¬- che non è niente di più di un pretesto - sia stato dichiarato illegittimo e come le reali intenzioni dell'azienda siano state da sempre quelle di liberarsi ad ogni costo e con qualsiasi mezzo del Martelli.
Perché - e questo non può negarlo nessuno - in Calabria i lavoratori che vengono sparati durante il lavoro e dentro i locali dell’azienda devono essere allontanati e colpiti a costo di farne una guerra personale in cui senza alcuna vergogna, imprenditori cosiddetti di successo sono disposti a perdere la propria faccia ed il proprio nome, proprio quegli stessi imprenditori che come Pippo Callipo parlano di legalità ad ogni piè sospinto salvo, poi, perseguitare un povero lavoratore.
Ancora una volta Davide contro Golia, ma chi ne conosce la storia sa come è finita!Vibo Valentia, 07-01-2008
Il Coord. prov. dello Slai Cobas
Piperno NazzarenoSlai Cobas
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Sede Legale: Via Olbia,24 Pomigliano D'arco (NA) Tel/Fax 081 8037023
Sede Nazionale: Viale Liguria, 49 – 20143 Milano Tel/Fax 02 8392117
dallo SLAI Cobas Calabria (archivio 2006-2007)