contro la guerra - contro la finanziaria
e dell'appello:
L'Italia ripudia la guerra. Sciopero Generale
di Agnoletto, Sentinelli, Carrazza, Casarini, Lutrario,
Deiana, Bernocchi
lo Slai Cobas ci sarà sabato 17 a Genova per questa serie di motivi:
1. Sulla Guerra.
Riteniamo che i compiti attuali siano:
In quest'ottica siamo stati tra i promotori dello sciopero del 9 novembre, che abbiamo cercato - senza successo - di far divenire uno sciopero di tutti. Sciopero che, ci sembra, abbia avuto il pregio di lanciare un segnale, di "rompere il ghiaccio" sulla necessità di superare la fase delle mobilitazioni extra orario di lavoro e aggredire la questione dello scioperodi tutti nei posti di lavoro, nelle scuole, ... collettivo ed unitario. Per noi il 9 novembre è stato un punto di partenza, non la celebrazione della nostra "diversità" o di una supposta "primogenitura" nell'indizione di uno sciopero generale.
Di fronte alla gravità della situazione politica determinata dalla guerra, ci sembrerebbe del tutto idiota attardarsi in polemiche e recriminazioni o ripetere il percorso politico che ha reso impossibile concordare una data unitaria per il 9 novembre. Non pensiamo si debba e si possa attendere oltre per convocare un nuovo sciopero generale che veda una partecipazione ben più ampia del 9 novembre, quanto a forze, scioperanti e manifestanti. In questo senso accettiamo e rilanciamo la sfida al confronto per unosciopero generale da indire in tempi brevi.
2 Sul collegamento tra la guerra e la politica del governo.
Lo sciopero del 9 aveva come altro grande tema quello della Finanziaria (cui si è aggiunta anche la questione di Porto Marghera dopo la scandalosa sentenza). La Finanziaria rappresenta la "summa" della politica governativa e la delineazione della strategia con cui la borghesia intende condurre l'attacco alle nostre condizioni di vita. L'opposizione alla guerra e l'opposizione alle politiche economiche-sociali del governo sono tra loro indissolubili. Questo non solo perchè la guerra è anche "repressione preventiva" per realizzare l'unità nazionale, ma perchè nessun movimento che non sia capace di difendersi nei posti di lavoro e nella società è in grado di intervenire indipendentemente ed efficacemente su di una questione politicamente così "alta" come la guerra imperialista. E' quindi chiaro che, per noi, confrontarci sul terreno di un'opposizione all'attuale guerra per verificare la possibilità di un percorso di lotta comune, presuppone che lo si faccia anche sul terreno della difesa delle condizioni di vita e di lavoro, quindi dai contratti alle pensioni, dalla precarizzazione al Libro Bianco di Maroni, dall'immigrazione alla questione del salario, ecc. Guerra e attacco alle condizioni di esistenza dei proletari sono due facce del medesimo dominio capitalista. La lotta contro di essi non può che essere altrettanto unitaria.
3. Sul metodo e sui passi per un percorso comune
Concordiamo con la proposta delle RSU quando dice che: "A questa offensivaoccorre rispondere superando le divisioni e le frantumazioni, lavorando per un'unità del sindacalismo di classe che sappia coordinare tutte le forze della sinistra sindacale, in CGIL come nei sindacati extraconfederali." Ma le frantumazioni e la divisioni da superare sono quelle dei proletari, ancora subordinati e/o controllati dalle politiche di rispetto delle compatibilità economiche e sociali capitaliste portate avanti dalle forze politiche del Centro Sinistra e dai sindacati istituzionali. Il superamento di questa situazione non può essere il prodotto a tavolino di accordi tra dirigenti o una specie di "intergruppi" di passata memoria.L'unità si raggiunge sugli obiettivi di lotta e di mobilitazione, aprendo il percorso alla definizione di un minimo comun denominatore nella lotta controla guerra e contro il governo, ovviamente contraddistinto da caratteri diclasse. Una base comune di obiettivi e punti di riferimento definiti sulla base delle esigenze di difesa nei posti di lavoro e nella società.
Su questa base, senza alcun feticismo di sigla o settarismo, siamodisponibili a lavorare con tutti quelli che sono effettivamente intenzionati a "partire da zero", decidendo collettivamente obiettivi, metodi e scadenze. Se, invece, le proposte di confronto servono solo da paravento per mettere altri di fronte alla scelta di aderire o meno a decisioni già prese, non ci stiamo. La partita in gioco è troppo grossa per gettare alle ortiche la possibilità (e la necessità) di ampliare e far crescere l'opposizione alla guerra e al governo, in cambio di qualche momentaneo ed effimero successo di questa o quella forza sindacale e/o politica. Un movimento di classe, un sindacato di classe ed una politica di classe, non possono essere fatti nascere volontaristicamente e a suon di sforzi "soggettivi", ma questi sforzi possono contribuire a favorirne la ricomparsa o a renderla ancora più difficile se il metro dell'azione politica è quello della coltura del proprio orticello.
In questo senso ci sentiamo di dire ad Agnoletto e agli altri promotori dell'appello per uno sciopero generale che, se finora il "sindacalismo di base e le sinistre sindacali interne al sindacato confederale non riesconoad articolare iniziative unitarie", anche loro, anche le scelte da loro fatte nel corso della preparazione del G8 di Genova e dopo, sono una concausa politica di questa impossibilità. Veti sulla partecipazione dello Slai Cobas alle iniziative del controvertice, come quelli posti dal sindacalismo istituzionale di "sinistra" e da loro accettati, sono non solo politicamente discutibili e attaccabili (dal nostro punto di vista, ovviamente), ma favoriscono e cementano divisioni e frantumazioni. Anche ad essi chiediamo la disponibilità reale ad un confronto franco ed aperto per definire obiettivi e percorsi comuni, per attraversare quella vera "linea rossa" temuta dal governo dell'incontro tra il "movimento noglobal" (passateci l'espressione giornalistica) e le fabbriche, i posti dilavoro. Questa è la miscela che ci occorre per la lotta contro la guerra e il capitalismo "globalizzato". Il loro appello, invece, ci sembra una proposta rispetto a cui si tratti solamente di poter aderire o meno, un "confronto" già fatto e concluso.Chiediamo loro, quindi, fare un passo indietro e aprire un confronto reale, teso a cercare un minimo comun denominatore per andare avanti, perchè cresca un'effettiva opposizione sociale, perchè il movimento di lotta alla globalizzazione e quello di resistenza nei posti di lavoro non siano due mondi incomunicanti. Un altro rapporto e un'altra unità sono possibili.
Slai Cobas
GUERRA : Cub e Slai cobas in piazza
Anche contro la Finanziaria.
Questa mattina è stata presentata alla stampa l'inziativa promossa per venerdì 9 novembre a Roma.
I lavoratori scenderanno in piazza per dire 'no' alla guerra e alla Finanziaria nell'ambito dello sciopero nazionale generale indetto da Cub, Slai-Cobas, Usi e altre realtà del sindacalismo di base.
E' la prima astensione del lavoro in Italia per i bombardamenti in Afghanistan.
Lo sciopero e' in una giornata di paga e costa a chi vi prende parte e che si autofinanzia anche il viaggio nella capitale. Non e' la scampagnata/guerrafondaia del Presidente del Consiglio di chi manda i figli degli altri in guerra. A New York come in Palestina e in Afghanistan i signori della guerra hanno massacrato la nostra gente dimostrando ancora una volta cosa sia in concreto la pratica della guerra il cui unico effetto per i lavoratori, i disoccupati, i ceti popolari, è la riduzione delle libertà politiche, civili, sindacali, è l'imposizione di una unità del mondo "occidentale" che porta vantaggio solo ai padroni del mondo.
Non esistono guerre giuste, né tanto meno rappresaglie di guerra giuste.
Ma un altro tema e' al centro del corteo, che parte alle 9.30, da piazza della Repubblica: la sentenza di assoluzione per i dirigenti del Petrolchimico di Porto Marghera definita ''ignobile'' perché legittima l'omicidio e la devastazione ambientale in nome del profitto. Proprio per dare spazio alla vicenda un rappresentante delle parti civili parlera' dal palco, in piazza Santissimi Apostoli, al termine della manifestazione.
Il sindacalismo di base - e' stato spiegato in conferenza stampa - contesta totalmente l'impianto della Finanziaria e la logica della guerra. ''Non solo questo conflitto e' un orrore ma mangia quelle risorse che vengono negate per la sanita', la scuola pubblica, le pensioni, i rinnovi contrattuali del pubblico impiego, e per ridurre le tasse su salari e pensioni''.
Gli organizzatori hanno anche denunciato ''l'illegittima decisione della Commissione di Garanzia di impedire la partecipazione allo sciopero ai dipendenti della scuola e agli addetti ai servizi aeroportuali''. Una nutrita delegazione di lavoratori della scuola e degli aeroporti prenderà parte, comunque, alla manifestazione.
Alla manifestazione a Roma prenderanno parte anche associazioni No Global e pacifiste come la Lega per l'obiezione di coscienza.
Al termine della manifestazione si terrà un presidio al Ministero del Lavoro dei lavoratori dell'Alfa Romeo di Arese che intendono incontrare il Ministro Maroni affinché intervenga sull'ipotesi di smantellamento prospettata dalla Fiat.
L'annichilimento che ha preso il corpo sociale dopo gli attentati dell'11 settembre sta lentamente scemando. Con molta fatica nei luoghi di lavoro la discussione si sta facendo più attenta, meno schiacciata dalle terribili immagini delle Twin Towers.
Cresce la consapevolezza che l'avversario di classe, sta approfittando della guerra e dell'orrore per affondare i suoi denti nelle carni del corpo sociale.
La finanziaria di guerra, proposta dal governo dei ricchi rafforza certamente il legame stretto tra il no alla guerra e l'ostinata difesa dei diritti e delle conquiste dei lavoratori.
L'attacco, violentissimo, che il governo e i padroni stanno portando al mondo del lavoro è null'altro che la conseguenza delle scelte del G8, quel G8 che in centinaia di migliaia abbiamo contestato a Genova e che ha segnato l'inizio di una fase di repressione propedeutica alla criminalizzazione di tutti coloro che osassero contestare ieri il G8 oggi la guerra, il WTO, la finanziaria.
Lo scenario che si propone al mondo del lavoro è davvero terribile. Si combatte una guerra- che sta mietendo centinaia, forse migliaia di vittime civili in Afghanistan che si vanno a sommare a quelle di New York - che serve agli Stati Uniti a ridisegnare il proprio ruolo e la propria collocazione geopolitica nell'Asia del petrolio, del gas e dei corridoi in cui passano. Che nulla ha a che vedere con la ricerca e la punizione dei colpevoli della strage dell'11 settembre quanto piuttosto a provare ad utilizzare il vecchio ma collaudato metodo della guerra e quindi dell'economia di guerra per uscire da una recessione e una crisi economica molto simile a quella del '29. Crolli di borsa che coinvolgono i piccoli risparmiatori, licenziamenti di massa a partire dalle compagnie aeree di tutto il mondo ma che stanno già aggredendo i settori del turismo e delle assicurazioni, cassa integrazione sono solo le prime avvisaglie del costo sociale di questa guerra. La finanziaria per il 2002 si inserisce perfettamente in questo quadro. Privatizzazioni ed esternalizzazioni di pezzi fondamentali delle tutele dei cittadini, scippo dei patrimoni immobiliari degli enti previdenziali che, con la scusa di sottrarli alla speculazione, vera, delle cooperative, vengono regalati alla speculazione finanziaria, definitivo smantellamento della previdenza pubblica, della scuola, della sanità che dovranno lasciare il passo al modernismo del privato, sgretolamento progressivo ed inarrestabile della funzione della pubblica amministrazione intesa come elemento di garanzia dei diritti uguali per tutti i cittadini su tutto il territorio nazionale, blocco per l'intero 2002 di qualsiasi assunzione, che non sia flessibile, interinale, a tempo ecc., nella pubblica amministrazione con buona pace di centinaia di migliaia di LSU e precari a vario titolo che da anni lavorano in nero negli uffici pubblici, attacco frontale all'autonomia negoziale delle parti nei contratti di secondo livello e stanziamenti da "pane e salame" per i contratti pubblici.
Scomparse le decantate riduzioni delle aliquote IRPEF, si riducono gli stanziamenti per gli Enti Locali che dovranno pertanto inevitabilmente ricorrere a nuove tasse e gabelle locali.
A questo poi si aggiunge il tentativo del governo, attraverso il Libro bianco di Maroni, di destrutturare e deregolamentare definitivamente il quadro delle tutele del lavoro, già pesantemente compromesse dalla suicida riforma "federalista" attuata dagli apprendisti stregoni del centro sinistra.
Ci sono, ci sembra, mille buoni motivi per affrontare subito e con un momento generale di lotta le questioni che la fase ci pone davanti. Scegliere, di nuovo, di affrontarle separati, categorialmente, pensando che sia giusto, nella fase mutata, lavorare a strappare pezzettini di garanzie in più per il proprio settore nascondendo e nascondendosi così la realtà, ci sembra infantile, inconcludente e, ci si lasci dire, di "segno moderato".
E' ipotizzabile che i lavoratori della sanità siano oggi da soli in grado di respingere il Patto di stabilità del sistema sanitario varato dal governo e che taglia 50.000 posti letto e 30.000 posti di lavoro? E' ragionevole ipotizzare per i lavoratori del trasporto aereo una capacità categoriale di lotta tale da impedire i licenziamenti? Qualcuno può pensare che spetti ai lavoratori dell'INAIL o dell'ISTAT dare battaglia contro la privatizzazione di questi enti che, si badi bene, si occupano di tutela degli infortuni sul lavoro e di ricerca scientifica e non di pizza e fichi?
Riteniamo che compito delle organizzazioni sindacali oggi sia quello di costruire il più vasto e forte movimento di risposta su questi terreni che sono strettamente intrecciati con la critica di massa alla guerra.
Vogliamo dire con franchezza che riteniamo legittimi tutti gli scioperi che attraverseranno queste prossime settimane, così come francamente vogliamo dire che uno sciopero della scuola che affronti il "suo" pezzo di finanziaria, o quello della fiom che rivendica una piattaforma tutta interna alle compatibilità del 23 luglio, o gli appelli all'unità con quella sinistra sindacale che ancora una volta sta dimostrando tutta la sua subalternità alle scelte concertative, tutt'oggi rivendicate da Cgil, Cisl e Uil, ci sembrano un po' poca cosa di fronte alla pesantezza dell'attacco e alla drammaticità degli scenari di guerra.
Non c'è da parte nostra, come pure qualcuno lascia affiorare tra le righe dei tanti articoli pubblicati in questi giorni, voglia di egemonia o di piegare altri alle nostre scelte e alle nostre esigenze.
La scelta del 9 novembre ci sembra corretta sia rispetto all'avvio della discussione al Senato sulla Legge finanziaria, sia rispetto all'escalation della guerra e all'appuntamento, che non abbiamo dimenticato, del WTO.
C'è invece sicuramente la consapevolezza della necessità di una risposta alta e unitaria che abbiamo proposto a tutti ricevendo in cambio la conferma degli scioperi categoriali e proposte di nuovi scioperi generali, turandosi il naso sui compagni di viaggio, da tenersi nella seconda metà di novembre o a dicembre. Gli scioperi non sono come le ciliegie, una tira l'altra, soprattutto in una fase delicata come questa. Se ce ne saranno le condizioni politiche e la comprensione dei lavoratori non ci tireremo certo indietro, oggi ci sentiamo però di rilanciare l'invito a tutti perché il 9 novembre diventi una grande giornata di lotta con lo sciopero generale e la manifestazione nazionale a Roma - alla vigilia tra l'altro della parata guerrafondaia indetta da Berlusconi per il 10 - che vorremmo fosse fatta propria da tutti coloro che sono contro la guerra, la finanziaria, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dei cittadini.
CANAVESI RENZO SLAI-COBAS
LOENARDI PIERPAOLO RDB
TIBONI PIERGIORGIO CUB
contro la finanziaria e la guerra
venerdì 9 novembre 2001
sciopero generale con manifestazione nazionale a Roma
proclamato dai sindacati di base CUB, SLAI Cobas e USI
In queste ore concitate che fanno tremare la terra gli obiettivi strategici a cui gli Usa mirano sembrano somparsi dalla mente della massa della gente.
La rivista "Quadrennial Defense Review", pubblicata il 30 settembre 2001, quasi tre settimane dopo gli attentati terroristici di New York e Washington, pubblica un importante rapporto del Dipartimento della difesa.
Per comprendere la vera natura di questa guerra e non reagire solo per motivi umanitari è indispensabile conoscere la strategia Usa. Riportiamo alcuni stralci di questo rapporto.
La JIAD del Dipartimento della Difesa USA
Il volantino distribuito in occasione della manifestazione dell'8 ottobre a Milano.
Un volantone di 4 pagine di riflessione e di lotta, per l'unità di tutti i soggetti sindacali e sociali che ritengono che un mondo diverso da questo sia ormai indispensabile e per non dimenticare ciò che Governo e Padroni stanno preparando.
| pagine 1 e 2 | pagine 3 e 4 |
un contributo dallo "Slai Cobas Ansaldo"
NEL GORGO DELLA GUERRA E DELLA MORTE
Non ci sono parole per esprimere l'orrore per le molte migliaia di vite spezzate dagli attacchi aerei suicidi contro New York e il Pentagono. Una spaventosa concentrazione di morte che si colloca nel solco di Hiroshima, prototipo storicamente irraggiungibile dell'uso del massacro dei civili come arma di guerra.
Eppure, nonostante l'orrore che serra la gola, bisogna continuare a cercare di ragionare.
Questa ecatombe, che ha lasciato annichiliti milioni e milioni di esseri umani, lancia un messaggio crudelmente nitido : tutti coloro che, in ogni parte del mondo, in maniera collettiva cercano faticosamente di cambiare lo stato di cose presenti, si devono fare da parte. Restano sulla scena solo gli specialisti del terrore e della guerra. Miliardi di esseri umani devono rimanere inerti. Tutt'al più sono chiamati a fare il tifo per uno dei due apparati bellici in campo. Questa è la vita che ci vogliono imporre.
La crisi capitalistica di sovrapproduzione, l'innescata recessione degli Usa,
le bolle speculative finanziarie non potevano avere miglior servizio.
Non possiamo rassegnarci di fronte al tentativo di azzeramento delle coscienze, della ragione, della vita, che si profila dalle macerie fumanti della strage dell'11 settembre.
Continuiamo a restare dalla parte degli oppressi, continuiamo testardamente a rivendicare le nobili ragioni e la pratica concreta del conflitto sociale contro i potenti della terra, contro i signori della guerra e del terrore. E contro i padroni.
Continuiamo a ritenere che un nuovo mondo è possibile e indispensabile.
un contributo dallo "Slai Cobas delle Ipab"
UN'AZIONE DI GUERRA FIGLIA DEL CAPITALISMO
I servizi di sicurezza americani, i più organizzati e potenti del mondo hanno dichiarato, dopo lo spaventoso atto di guerra agli Stati Uniti, compiuto ai danni di inermi cittadini, di non sapere niente, di essere completamente all'oscuro di tutto, sono caduti dalle nuvole.
Hanno ammesso il loro fallimento ! Un fallimento dei servizi segreti americani e del mondo intero !
A Genova i potenti della terra, il governo Berlusconi, hanno usato ogni mezzo, anche anticostituzionale e illegale, per dare un segnale politico e repressivo al mondo intero; ai giovani; ai lavoratori; a tutti coloro che dissentono dalla loro politica; a tutti coloro che non vogliono sottomettersi alle loro feroci e barbare leggi del profitto e dell'accumulazione.
Niente, sembra, siano riusciti a fare per risparmiare al popolo americano questa feroce batosta, pagata con un prezzo salato di vite umane spezzate.
Questo non è solo il fallimento della perenne politica di aggressione americana, è anche il fallimento della politica della globalizzazione, è il fallimento del capitalismo mondiale e del mantenimento delle oppressioni politiche, economiche e militari sulla terra intera.
Nessuno stato può pensare di affamare interi popoli, reprimere e bombardare a piacimento nazioni uccidendo civili e distruggendo industrie e causare disastri ambientali e pensare di mantenersi immuni per sempre da azioni di guerra e da veri e propri disastri come quello che ha colpito New York; con tutto l'orrore che questo fatto suscita è il caso di dire che chi semina vento infine raccoglie tempesta.
La pietà per i morti e la solidarietà alle famiglie degli operai, dei cittadini, degli esseri umani che hanno perso in questa tragedia i loro cari, è d'obbligo. Questo non può non farci riflettere che il terrorismo, la guerra non è voluta dalla povera gente.
Sono i potenti coloro che comandano gli ingranaggi della produzione e dell'accumulazione, i capitalisti, che in ogni loro azione mentre promettono e parlano di pace materialmente preparano e armano gli eserciti e gli arsenali militari.
Solo la borsa europea ha bruciato 810 mila miliardi, una cifra immensa che chissà quali sacrifici dovranno fare gli operai italiani e europei per pianificarla; migliaia di vite umane perse e un tracollo economico senza precedenti, una spirale di effetti economici e politici imprevedibili che cambierà la politica mondiale dei prossimi anni, per l'America e il mondo intero. " E' incredibile che sedici persone pronte a sacrificare la propria vita siano bastate per mettere in ginocchio una super potenza come gli Stati Uniti e il mondo intero".
Questa è la politica della guerra ! Questo è il risultato più genuino del capitalismo !
Che siano i caccia americani, o europei a bombardare e distruggere uomini e cose in Irak, in Serbia, in Libia, in Sudan, in Afganistan. Che siano azioni di guerra condotte con sistemi terroristici che colpiscono al cuore la capitale della finanza mondiale, lo scenario non cambia:
i morti e la distruzione è compiuta per ubbidire alle leggi del capitalismo, alle leggi del profitto alle leggi della guerra commerciale combattuta anche con le armi e gli attentati; questi uomini e donne morte sono vittime della globalizzazione, sono vittime del capitalismo.
I lavoratori italiani dopo questi tremendi fatti non possono aspettarsi niente di buono, sappiamo che chi comanda sa fruttare tutte le occasioni per limitare le nostre libertà, sa utilizzare ogni avvenimento funesto che sia, per ridurre i nostri diritti; coglie ogni occasione per presentarci il conto della crisi per sottrarre risorse alla masse di lavoratori e spostarle nelle tasche dei padroni e degli imprenditori.
Noi dobbiamo continuare per la nostra strada; indicando alle migliaia e migliaia di lavoratori americani, vittime dei colossali processi di ristrutturazione degli apparati produttivi anche di nuovissima generazione, come internet o la New Economy; eternamente precari e vulnerabili, senza alcuna sicurezza del posto di lavoro e perennemente sull'orlo della miseria, che il loro nemico non sono gli operai degli altri paesi ma i loro padroni e il loro governo.
Per noi il compito è lo stesso: difesa intransigente delle nostre condizioni di vita e di lavoro, per salari che recuperino concretamente la perdita di potere d'acquisto dei nostri salari; per organizzarci sul piano sindacale e politico contro il liberismo e le privatizzazioni, contro la politica della guerra a cui hanno direttamente partecipato gli altri governi, anche di sinistra, e a cui il governo Berlusconi si è votato e impegnato.
Milano 13-9-2001